Dare voce a tutte le fragilità (e come scegliere cosa pubblicare)

Gli editori, Toronto, 2009. Quattro mesi prima di fondare BAO.

Gli editori, Toronto, 2009. Quattro mesi prima di fondare BAO.

Ci ho messo anni, a fare i libri che volevo davvero.
E forse non è stato tempo perso.
È stato un percorso di comprensione di ciò che volevo davvero leggere, ma anche di che rumore di fondo volevo sentire, poter isolare nota per nota, nella mia vita.
Quando abbiamo cominciato BAO, Caterina e io, era una questione di formati, di estetica, di oggetto-messaggio. Mancava qualcosa, sulla scena italiana, nessuno ci stava pensando, così ci siamo infilati in quella nicchia, zitti zitti, e abbiamo cominciato a fare la nostra cosa, con l’incoscienza di chi non ci vede niente di male.
Poi abbiamo cercato di rinforzare la nostra visione acquisendo costose licenze che, sulla carta, non potevano fallire e ci avrebbero affermato sul mercato. Sono state una perdita di tempo e denaro. Più andavamo avanti, più i numeri ci dicevano una cosa che in realtà sapevamo fin dall’inizio, nella pancia più che nella testa: solo i libri in cui credevamo davvero ce l’avrebbero fatta, avrebbero lasciato il segno, sarebbero rimasti. Tutto il resto è fuffa.
Allora abbiamo cominciato – lentamente perché un’azienda non è qualcosa che può fare testacoda nel giro di pochi istanti – a divestirci delle sovrastrutture e a costruire piani editoriali fatti di sensazioni e idee pure, di libri sui quali, spesso, nessun altro avrebbe scommesso. E le cose hanno cominciato ad andare meglio. Sempre meglio. Con la promozione, con la stampa, con i lettori, soprattutto.

Abbiamo cominciato a muoverci su tre assi: quello delle X per l’ampiezza dell’offerta, quello delle Y per la capillarità della diffusione (e di conseguenza il livello delle vendite) e quello delle Z per la distanza alla quale avremmo potuto portare il lettore da ciò che è abituato a chiamare fumetto, o buon fumetto. Perché diciamocelo, se quest’anno possiamo dire che pochi altri avrebbero fatto essere un successo La gigantesca barba malvagia, due anni fa non era scontato nemmeno pensare che Portugal sarebbe andato bene, infatti lo volevano tantissimi editori, ma è rimasto lì finché non ci siamo decisi noi, e non può essere stata solo una questione di costi di produzione. Stiamo per mandare in stampa un libro di Brecht Evens, che forse è la prossima tappa nel processo di educazione dello sguardo dei nuovi lettori di Fumetto in Italia, ma non certo l’ultima che abbiamo in mente.

Quando ci intervistano, la domanda alla quale rispondiamo con maggiore imbarazzo è sempre “Come scegliete i libri da pubblicare?” Più diventa chiaro che sappiamo cosa scegliere, più ce la pongono, ma la risposta resta sempre un pochissimo studiato “Sono i libri che ci piacciono.”
Non c’è nulla di velleitario, però, nel nostro modo di scegliere cosa pubblicare. La verità è che se ci vedeste lavorare avreste la sensazione che io sia un irascibile scorbutico con atteggiamenti al limite dell’autistico, che mal digerisce le interruzioni che lo costringono ad alzare lo sguardo dallo schermo e Caterina sembrerebbe una che la giornata la passa proprio con il naso nello schermo, ma a inseguire fattoidi e brandelli di notizie nell’iperuranio che è internet. Eppure noi parliamo continuamente di ciò che vogliamo pubblicare, degli autori cui vogliamo dare voce. Se l’idea parte da lei, sarà una sensazione di pancia, che non saprà spiegare, ma della quale mi fiderò senza fare troppe domande (tranne quando le faccio notare che un autore che le piace copia, sperando di farla franca, qualcuno che non è più di moda. In quei casi, essere più vecchio aiuta). Se l’idea parte da me, sarà l’idea di un oggetto, una lavorazione in purezza per veicolare a livello visivo e tattile una storia che mi piace. E per avere il suo avallo dovrò sudare, ma è così che le idee si affinano, in fondo. Quando uno dei due inizia una frase, con lo sguardo ancora fisso sullo schermo, l’altro spesso gliela completa. Questo perché abbiamo in mente lo stesso obiettivo, e gli strumenti per raggiungerlo sono voci, segni, storie.

Io leggo una toccante storia sul New York Times, illustrata da una magnifica tavola di Bianca Bagnarelli, vedo le autoproduzioni di Marta Baroni, ammiro l’immenso talento di Toni Bruno, e ho voglia, ho bisogno di dire loro: vieni a fare un libro con noi. Non smettere di cercare altre strade per far uscire dalle crepe dell’asfalto le tue storie, le tue immagini, ma dammi un libro. Lo porterò sotto gli occhi di tutti. Non ne ho bisogno io per rendere più ricca l’azienda e non ne hai bisogno tu per appagare una qualche ambizione, ma ne hanno bisogno loro, le persone che cinque anni fa non sapevano di avere voglia di fumetti, e che ora mi chiedono “che altro avete da farci leggere?”

Ecco, quando riesco a costruire una corazza formale, non per me, ma per le storie che hanno bisogno di una struttura, una tattilità, un contesto culturale e commerciale che le facciano risuonare fortissimo dove fa più male, nel cuore e nella coscienza, in quei momenti so che la sfida non è ancora vinta, ma che non ci dobbiamo assolutamente arrendere.

11 pensieri su “Dare voce a tutte le fragilità (e come scegliere cosa pubblicare)

  1. Questo, secondo me, è forse il più bel post che hai scritto fino ad ora (e sai quanto ho apprezzato anche gli altri). Complimenti a voi 😀

  2. Io vorrei solo dirvi grazie. Grazie perchè con il vostro modo di lavorare, oltre a farmi innamorare delle vostre proposte, ad avermi fatto incuriosire a nuovi generi e ad arrivare a far sì che se un prodotto porta la vostra firma, allora merita comunque un’occhiata, mi spronate a continuare a mettere la stessa vostra passione, professionalità e leggerezza nel mio lavoro.
    Come si dice: “scegli il lavoro che ami e non lavorerai neppure un giorno in tutta la tua vita”.
    Grazie.

  3. tesori però la traduzione del fumetto delle Tanaki grida vendetta! La prossima volta pagate un traduttore professionista. Non dico per forza me, ci sono tanti colleghi bravi, l’importante è non leggere più calchi ed errori di interpretazione come quelli

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