Fumetterie USA – Los Angeles

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Cominciamo con il mini-tour delle fumetterie dell’Ovest americano che avevo preannunciato nel post precedente. Si parte da Los Angeles, una megalopoli che di fumetterie ne ha tantissime, ma sparse su un’area così vasta che è difficile che si rivolgano tutte alla stessa utenza.
A Shop Called Quest ha aperto la sua prima location californiana quasi venticinque anni fa, la seconda circa cinque, e la terza undici mesi fa. È proprio in questo negozio – situato a downtown Los Angeles, in un complesso destinato a diventare una sorta di centro commerciale, ma per ora popolato più che altro da locali dove mangiare o bere un caffè – che siamo entrati oggi, martedì 19 luglio, nelle prime ore del pomeriggio. Sapevamo di dover chiedere di Ray, il direttore del negozio, che ci ha raccontato di lavorare per A Shop Called Quest da circa otto anni.

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Ci ha parlato della sua clientela, molto diversificata ed eterogenea, e del fatto che sente che il punto di forza del negozio è il servizio alla clientela. “Buona fortuna a quelli che pensano che per scoprire nuovi fumetti bastino le recensioni e le librerie online” dice Ray. “Qui è dove il gusto del cliente incontra la sensibilità di chi vende, e se facciamo bene il nostro lavoro chi ci scopre per caso tornerà.”

Gli ho chiesto quale sia la cosa che migliorerebbe, se potesse, del suo lavoro. “Nonostante il fatto che ormai abbiamo tre negozi, fatichiamo ancora a negoziare con il distributore. Non so quanti punti vendita si debbano avere per poter parlare di extra sconto o di maggiore attenzione verso di noi, ma spero che in futuro le cose cambino.”
Gli ho poi chiesto se il suo pubblico sia composto più da clienti regolari o da gente del luogo che entra incuriosita dalla bella vetrina e dagli arredi in legno naturale del negozio.
“Il mercoledì è il giorno delle uscite dei fumetti nuovi, e noi cerchiamo di avere sempre qualche artista locale, anche non famosissimo, che disegni in negozio. Grazie all’accordo con uno dei locali della zona, se compri almeno due titoli quel giorno hai lo sconto sulla birra. I clienti regolari vengono quasi tutti il mercoledì, il che crea un bel capannello di persone motivate e allegre che, vuoi per i fumetti, vuoi per la birra, si soffermano a lungo in negozio, quel giorno. Questo aiuta a trasmettere una sensazione di energia positiva che attira anche i passanti. Quindi il mercoledì diventa un momento piuttosto interessante, per gli affari, ed è un’ottima cosa avere una giornata così a metà della settimana, in attesa delle vendite del weekend.”

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La cosa interessante del negozio gestito da Ray è la commistione di prodotto commerciale, arretrati, romanzi grafici anche di editori molto piccoli e gadgettistica che va dagli immancabili Funko a pin smaltati legati al mondo delle fanzine più alternative. “Più volte l’anno ospitiamo una sorta di mini convention di fanzine. Questo attira tutta una fetta di pubblico che magari inizialmente è interessata solo a quel genere di pubblicazioni, ma che comincia a prenderci come punto di riferimento per quando ha desiderio di fumetti. Questa è la cosa più importante: diventare un posto che la gente ha voglia di visitare quando passa da queste parti. Crescendo a LA anche io andavo sempre da Meltdown Comics, o da Golden Apple. Il nostro scopo è sempre stato diventare un tempio dei fumetti per antonomasia come lo sono stati in passato quei negozi. Poco a poco, credo che ci stiamo riuscendo.”
La sensazione generale è che, in un’area con una concorrenza sistematica e agguerrita, il modo migliore per affermarsi in questo campo sia quello di personalizzare fortissimamente il servizio.

Il prossimo post, ovviamente, sarà dal Comic-Con di San Diego.

Cosa possiamo imparare oggi?

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Me lo domando tutte le mattine, non solo quelle in cui vengo in ufficio, nella speranza di trovare sempre ispirazione per lavorare meglio. So di avere trascurato questo blog, e ultimamente l’ho fatto di proposito: ho preferito il fare al parlare di ciò che faccio. Tra pochi giorni però partirò per un viaggio piuttosto importante e ho deciso di entrare in una fumetteria in ogni città dove mi fermerò, di fare domande e di dedicare alle risposte di ciascun negozio un post proprio qui. Per capire in che modo il mercato sia diverso negli USA, in cosa invece somigli al nostro, e se ci siano buone idee che possono ispirarci. Se la connessione degli hotel ci assiste, aspettatevi quattro o cinque post, da altrettante località. Alla settimana prossima!

La straordinaria capacità infettiva delle idee

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La sera di giovedì scorso è stata surreale, per me: in primis ero ufficialmente entrato nel weekend, perché il giorno dopo sarebbe stato di festa. Quella cosa di essere a casa alle venti era già perturbante, per me. Poi c’erano i notiziari: stentavo a credere ai miei occhi. Quando mai ci era successo di apparire la stessa sera al TG1, al TG2, al TG5 e al TG di La7? Ci ho messo i primi due solo per smettere di essere nervoso.

Sì, perché per una volta non avevamo nessuna voglia di far parlare di noi. Zerocalcare aveva fatto un post sulla sua pagina Facebook per annunciare che una persona di cui aveva raccontato in Kobane Calling era morta, in combattimento, non lontano da Raqqa, in Siria. Ayse Deniz Karacagil, detta Cappuccio Rosso. La sua storia è tragica, ma piena di dignità, e se in Italia la si conosce, è perché Michele ne ha parlato nel suo libro.
La giornata di giovedì è trascorsa a declinare richieste di intervista, di commento, di disegni, di prese di posizione. A tutti abbiamo detto: La notizia è che l’autore ha fatto un post su una cosa che gli sta a cuore. Non ci sembra il caso di commentare oltre. Piano piano, abbiamo convinto tutti che fosse meglio così.

La sera, però, mi sono trovato a guardare i telegiornali. Forse in virtù del fatto che le redazioni avevano immagini di Ayse, non si trattava solamente di servizi su Zerocalcare. Tutti però erano concordi nel far notare che era stato lui a tirare Ayse fuori dai numeri, dalla massa informe e indefinita delle persone che protestano, e combattono, e fanno scelte di vita estreme in quella parte di mondo.
Siccome avevamo passato la giornata all’insegna del nervosismo, determinati a non sfruttare una notizia tragica per vendere qualche copia di un libro, e a non permettere a nessuno di ricamare sulla storia, facendo pensare al pubblico che ci stessimo speculando, quella sera gli ho scritto a lungo per fargli notare che però, forse, qualcosa di buono lo avevamo fatto. Perché tutte le volte che un libro fa la differenza tra la consapevolezza e l’indifferenza, quando è capace di costringere la gente a non voltarsi dall’altra parte per non guardare i problemi, mi ricordo perché continuiamo a lavorare e lottare per questo mestiere che sembra così anacronistico, incapace di competere con media più veloci, più ficcanti, più spettacolari. Perché c’è bisogno di qualcosa che resta, per quando la gente decide di voler capire le cose. È importante che ci siano voci oneste che parlano di come si combatte ogni ingiustizia, ogni oscurantismo, ogni sopruso.
Ancora stento a credere che un libro così importante, che ha colpito così profondamente le coscienze dei lettori, sia qualcosa che abbiamo fatto noi. Che sia un libro a fumetti, invece, non mi stupisce per niente. Da queste parti (e non siamo i soli) abbiamo sempre creduto nel potere della franchezza della narrazione a fumetti, della ricchezza del suo linguaggio. Che poi, per una volta, un libro necessario sia anche un libro di successo, non guasta affatto, ma come ha sempre detto Cesare De Michelis, il presidente della Marsilio: “È più bello vendere i libri che si fanno che fare i libri che si vendono.”
Sono finite le fiere di primavera, quindi torna l’appuntamento regolare con il blog. Grazie della pazienza in queste settimane di silenzio.

Guardar nascere un libro

Venerdì scorso ho caricato sulla macchina Gigi Cavenago, il copertinista di Dylan Dog, e Lorenzo Bolzoni, capo grafico BAO, e li ho portati a Mestrino, in provincia di Padova, allo stabilimento delle Industrie Grafiche Peruzzo, a vedere stampare l’edizione BAO di Mater Dolorosa, l’episodio del trentennale di Dylan Dog, scritto da Roberto Recchioni e che Gigi ha disegnato e dipinto in digitale.

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Il motivo del viaggio, e della nostra levataccia, era semplice: sapendo che il suo lavoro sarebbe stato originariamente stampato in rotativa su una carta molto porosa, Gigi aveva lavorato per un anno calcolando le masse, le luci, i colori e i contrasti cromatici in modo da cercare di anticipare i problemi di assorbimento dell’inchiostro in fase di stampa che potevano manifestarsi nell’edizione da edicola della storia. A onor del vero quell’albo è stato stampato molto bene, in parte per merito degli accorgimenti di Gigi e in parte perché la tipografia ha saputo compensare le problematiche che erano dietro l’angolo. Lavorare all’edizione da libreria per Gigi era come essere operato di cataratta nell’intervallo di un film e assistere al secondo tempo con la vista in perfette condizioni: rischiava di essere abbacinato dalla resa di stampa. Era necessario che istruisse lui i tecnici della Peruzzo sugli aggiustamenti di colori da effettuare.
Sono stato io a insistere per questo viaggio (me lo sono dovuto ricordare, davanti allo specchio, alle cinque del mattino), perché quando costruiamo un libro ho tre regole: fidati dei materiali che hai scelto, fidati delle persone che li maneggeranno, ma soprattutto fidati dei tuoi occhi. Quella con un tipografo, come ogni relazione che vale davvero la pena, è una storia fatta di costante comunicazione.
Quando siamo arrivati, c’era questo cartello di benvenuto:

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E intendo che era stato messo in ogni ufficio dell’azienda. 🙂
Avevo chiesto alla tipografia la cortesia di allestire su due macchine contemporaneamente la stampa di interni e copertine, perché volevo che Gigi potesse valutare più cose nelle ore a nostra disposizione. Loro si sono superati, dedicandoci tre macchine: la Heidelberg da 10 colori per gli interni, e altre due macchine per i risguardi e le copertine.
Per prima cosa Gigi si è fatto spiegare come funzionano le moderne macchine per la stampa offset, guidato dal competentissimo responsabile, Alessandro Levorin:

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E poi siamo andati ad analizzare i primi fogli macchina della segnatura numero 1, il primo fascicolo di sedici facciate del libro.

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Gigi ha spiegato ai tecnici cosa voleva correggere, e i calamai di stampa sono stati regolati opportunamente. La carta di questa edizione è la Fedrigoni Symbol Matt Plus, una delle più belle patinate opache che abbiamo mai usato, nella versione da 150 grammi al metro quadro.

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Ci sono voluti circa duecento fogli di prova per mandare a regime le correzioni, sotto lo sguardo attento del tecnico di macchina Alberto Cusinato.


A quel punto ho chiesto se fosse possibile stampare subito dopo la segnatura numero 1 la numero 3, perché è quella con le scene diurne a Moonlight, le più diverse – cromaticamente – dal tono generale della storia. Ci è stato detto che per terminare le diecimila copie della prima segnatura ci sarebbe voluta circa un’ora, così siamo andati a controllare la stampa dei risguardi.

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Poiché si trattava di stampa monocromatica, ci è voluto poco per essere rassicurati dal risultato, e siamo andati a guardar stampare le copertine.


La prima è stata la Variant, che ha richiesto qualche aggiustamento, ma è stata ben presto licenziata con piena soddisfazione da Gigi.

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Quando siamo passati alla regular è stato necessario per prima cosa cambiare le lastre di stampa.

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Il procedimento è semplice, ma richiede grande precisione, e Gigi e Lorenzo non hanno perso occasione per farselo raccontare nel dettaglio da Fabio Cusinato, geloso custode delle Heidelberg “storiche” della Peruzzo.

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Poi la stampa della seconda copertina è iniziata e c’è stato bisogno di domare i valori del giallo. Gigi era ormai perfettamente in sintonia con il procedimento produttivo e ha potuto dare istruzioni precise a Fabio.

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A regolazioni effettuate è stato ben lieto di firmare l’approvazione alla stampa sul primo foglio macchina definitivo.

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Il tempo di fare un paio di dediche nell’ufficio dei grafici…

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… ed è arrivato il momento di andare a controllare i primi fogli in uscita della segnatura 3, con i suoi azzurri intensi.

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Questo ha permesso ai tipografi di avere una guida cromatica alla quasi totalità delle casistiche del libro, il che ci ha dato la tranquillità necessaria per fare qualche ultima raccomandazione e poi ripartire, sapendo che il volume sarà rispondente alle aspettative dell’uomo che lo ha disegnato.

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La ragione per cui siamo dovuti partire all’alba per arrivare presto in tipografia era semplice: per stampare diecimila copie di questo libro di centosessanta pagine, servivano venti ore di lavoro su tre turni, tra venerdì e sabato. Ora il volume è in legatoria, e il 30 marzo sarà in tutte le fumetterie e librerie d’Italia. E noi sentiamo di aver fatto tutto ciò che potevamo per rendere la visione di Roberto e di Gigi nel modo più fedele, vivido, puro e rispettoso.
E nonostante la levataccia e le occhiaie, è stato un privilegio poter fare le cose per bene, e regalare a Gigi Cavenago l’emozione di veder nascere quelle pagine per la seconda volta, nella loro terza vita, dopo quella sullo schermo del suo computer e quella dell’edizione da edicola.

(Un grazie affettuoso e sincero a Lorenzo Menini e Gianluca Politi, che ci hanno fatto sentire più che a casa, che di “Casa editrice” è senz’altro la nostra parola preferita.)

Il fumetto salverà se stesso

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Tutti noi che facciamo i mestieri del Fumetto abbiamo feticci segreti, passioni inspiegabili, piccole manie, guilty pleasure e innocenti perversioni che sono declinazioni della nostra passione diventata professione.
A me piacciono le storie sull’inchiostro.
L’inchiostro di uno dei tatuaggi di Zerocalcare, per esempio, che dice “Comics are gonna break your heart”*, una frase che in Hicksville Dylan Horrocks attribuisce a Jack Kirby.**
Ma anche l’inchiostro di Jeff Smith, che una volta, in visita al Billy Ireland Cartoon Library and Museum, si è visto regalare alcuni pennelli e boccette di inchiostro appartenuti ad Hal Foster e da allora mescola un po’ di quel prezioso pigmento nero a quello che usa lui di solito (“to channel some of Hal’s juju” mi raccontò, come se fosse l’ingrediente segreto di una formula magica).
Oppure l’inchiostro preferito di Toni Bruno, tagliato con quello per i tatuaggi dei cani di quando lavorava al canile, per un misto di affinità spirituale, senso di appartenenza e – dice – favolosa indelebilità.
O il “Nero Tex Fumetto”, l’inchiostro (sviluppato apposta per la Bonelli cinquant’anni fa e da allora brevettato dal fabbricante) con il quale una volta Paolo, il tecnico di macchina di una delle tipografie partner di BAO, Aquattro di Chivasso, nel torinese, salvò la tiratura di un nostro libro, le cui sfumature a carboncino non ne volevano sapere di venire stampate a dovere, con il fusto dell’altra marca.
Eppure per questo post ho scelto una foto d’epoca dei serbatoi del Pelikan 4001, nella vecchia fabbrica alla periferia di Hannover. Il 4001 è un tradizionale, amatissimo inchiostro da calligrafia.
Perché il Fumetto, vi piaccia o no, è scrittura.
Badate, non sto dicendo che la parte testuale sia l’identità del Fumetto. Sto proprio dicendo che il Fumetto, nel suo complesso, è scrittura. E per questo ha dignità pari a ciò che si considera “scrittura” nell’accezione tradizionale.

Emile Bravo, uno degli autori che BAO ha pubblicato per primi, e tra quelli che hanno più titoli nel nostro catalogo, una volta, mentre lo guardavamo dedicare per il pubblico le copie del suo premiatissimo Mia mamma (è in America, ha conosciuto Bufalo Bill), ci disse che lui disegnava sempre lo stesso soggetto, nelle dediche, per ribadire silenziosamente che non era venuto per decorare un certo numero di copie del suo libro, ma per incontrare un certo numero di lettori. “Il fumetto è calligrafia”, ci diceva. “Da piccoli sappiamo tutti disegnare, ma spesso disimpariamo, perché gli adulti ci spronano a scrivere, attività che considerano matura ed elevata, e a smettere di disegnare, pratica che considerano infantile, puerile.” Sosteneva che era per via del fatto che quasi tutti dimentichiamo di aver saputo disegnare che guardiamo chi disegna davanti ai nostri occhi come se si trattasse di un prestigiatore. Mia mamma vinse il Deutscher Jugendilteraturpreis, la più alta onorificenza tedesca per la letteratura per l’infanzia, un premio solitamente assegnato a opere in prosa.
Insomma, ci hanno abituati che se una cosa è disegnata deve valere meno di una cosa solamente scritta. Come se le immagini fossero un ausilio per la comprensione, qualcosa che serve a menti semplici, incapaci di evocarne semplicemente leggendo le parole. Come il foglio per le procedure di emergenza a bordo degli aerei. Qualcosa che non deve poter lasciare spazio a equivoci. O alla fantasia.

Pensate come doveva sentirsi frustrato Will Eisner, che aveva sempre saputo quanto valesse il Fumetto come mezzo di espressione, al punto che era stato un pioniere del diritto d’autore, e in assoluto il primo autore a ottenere di tenere per sé i diritti di un personaggio (The Spirit) che aveva creato per gli inserti a fumetti dei quotidiani. Nel 1978, quando aveva finito Contratto con Dio, l’idea di sentire il suo lavoro etichettato come una storia per bambini scemi che avevano bisogno delle figure per capire la trama lo doveva irritare non poco, così si è inventato una definizione cui attribuiva abbastanza gravitas da far rispettare il suo lavoro: graphic novel. Una parte del mondo ha abbracciato quella definizione, dopo essersela rigirata in bocca per circa un decennio, per quello che è: un formato editoriale di storia a fumetti. Un’altra parte… non l’ha presa molto bene.

Una digressione: nel 1969 gli Who pubblicarono un doppio vinile intitolato Tommy. Tutte le canzoni erano parte dello svolgimento di un tema comune. È probabile che conosciate la traccia più nota del disco, Pinball Wizard, e il fatto che la conosciate anche se non è stata la sigla d’apertura di nessuna serie di CSI è segno dell’importanza di quel disco che, per la sua natura di omogeneità tematica gli Who definirono un concept album. Che io sappia, nessuno tirò loro dei sanpietrini dicendo Chiamatelo disco, non quelle definizioni da fighetti che si vergognano di fare musica!

Ora, mentre noi, qui dentro al mondo del Fumetto litighiamo per decidere come dobbiamo chiamare i vari tipi di storie, all’esterno ancora ci guardano come se fossimo i suddetti bambini lenti di comprendonio.

Un paio d’anni fa un importante sito di vendita online ci propose di investire in un grande banner pubblicitario nella loro homepage dei libri. Un banner above the fold, definizione mutuata dal mondo dei quotidiani per indicare uno spazio pubblicitario molto visibile perché sta “sopra la piega” (dei giornali). Per un paio di settimane, costava come un paio di automobili.
Io avrei potuto spiegare che non abbiamo un budget pubblicitario di quell’entità per due anni, figuriamoci per due settimane, ma mi limitai a far notare che in quel periodo, secondo le nostre stime, circa il 60% dei lettori di narrativa in Italia considerava ancora impensabile leggere un libro a fumetti. La percentuale, secondo me, era scesa di molto dagli anni precedenti, ma investire in quel banner pubblicitario sarebbe significato che comunque sei persone su dieci tra quelle che lo avrebbero visto avrebbero decretato mentalmente che non valeva la penna passarci sopra il cursore e cliccare.
Il nemico da battere è questo.

Possiamo trascorrere altri decenni a dibattere sulla definizione di graphic novel, consumare inutili scissioni interne, convocare congressi e invocare primarie del Fumetto e intanto consegnare il Paese nelle mani dei lettori di Fabio Volo, oppure possiamo usare il graphic novel come il cavallo di Troia che è, e portare sotto agli occhi di un prezioso bacino di lettori la forma più eclettica che ci sia di narrazione a fumetti, e abituare legioni di niubbi alla nostra abituale dieta culturale, salvando probabilmente così un comparto, editoriale e culturale, che per troppo tempo ha creduto di poter prosperare in una nicchia che diventava ogni anno più piccola.

Un paio di settimane fa ero a pranzo con Giancarlo De Cataldo, magistrato e scrittore, e si parlava di storie. Lui constatava come fosse difficile capire in che direzione puntare, in un mondo in cui coesistevano cose scritte divinamente, come The Wire, la serie TV creata da David Simon, e [inserire qui titolo di insulsa fiction poliziesca]. “Se provi a scrivere The Wire ti alieni una grossa fetta di pubblico, che troverà il tuo lavoro troppo alto e pretenzioso, ma se provi a scrivere [inserire qui titolo di insulsa fiction poliziesca] dovrai banalizzare le tue idee e le tue intenzioni.” Il dilemma, nella nostra conversazione, era pertinente ed esposto in maniera acuta, ma mi sono permesso di suggerire che se gli autori di [inserire qui titolo di insulsa fiction poliziesca] e di tutti i suoi epigoni provassero semplicemente a non banalizzare il linguaggio, piano piano darebbero agli spettatori gli strumenti critici per capire The Wire.

Ecco, nel mondo del Fumetto è il contrario: un sacco di nuovi lettori si stanno avvicinando alla forma più indisciplinata, complessa e variegata per stili visuali e narrativi del Fumetto, cioè il romanzo grafico, e dopo il primo contatto ne vogliono ancora. Certo, potranno tornare in libreria e cercare nei pressi del primo libro a fumetti che li ha folgorati, ma un certo numero di loro prima o poi finirà anche in fumetteria e in edicola. E il mondo del Fumetto è ricchissimo di prodotti solo formalmente meno complessi e impegnativi la cui qualità narrativa è però altissima. I prodotti a fumetti seriali in Italia sono BEN più soddisfacenti e intelligenti di qualunque [inserire qui titolo di insulsa fiction poliziesca].

Ecco perché credo che il futuro parta dalle librerie, ma che non finirà lì. Ecco perché ritengo arricchente e fondamentale l’ibridazione dei generi, dei formati, la contaminazione tra il gusto dei lettori già fidelizzati e quello – nascente – dei nuovi lettori. E per ogni volta in cui qualcuno in televisione cercherà di affibbiare definizioni astruse a un libro a fumetti proprio per non dire la parola “fumetti” noi la diremo con forza e con dignità, perché ora sappiamo di poter portare al mondo della cultura qualcosa di degno, di vitale e di insostituibile (inutile parlare del mondo dell’intrattenimento puro, nel quale la qualità dei fumetti – di praticamente tutti i fumetti – svetta sopra buona parte dell’offerta generalista, stampata o audiovisiva). Basta che cominciamo tutti a usare il tempo che finora abbiamo dedicato a litigare sulle definizioni per fare proselitismo verso l’esterno. E prossimamente dedicherò un post proprio a cosa possono fare tutti quelli che di Fumetto vivono o fruiscono per contribuire all’ampliamento del lettorato.
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* In realtà Zerocalcare si è addormentato e non ha potuto fermare la tatuatrice che, andando a memoria, ha scritto “Comics are gonna break MY heart”, una frase meno storicamente corretta ma molto autoflagellante e, quindi, perfetta per il soggetto che se l’è fatta scrivere addosso. 🙂

** Quando abbiamo incontrato Dylan al TCBF del 2012, se ben ricordo, Zerocalcare mi chiese di chiedergli se la frase fosse vera, perché non voleva tatuarsi un falso storico. Dylan ci ha confermato che Kirby l’avrebbe detta all’illustratore James Romberger, che gli aveva mostrato il suo portfolio. Conoscendo il lavoro di quest’ultimo, pieno di passione ma assolutamente inadatto al fumetto mainstream, l’ho trovata perfettamente plausibile.

Parlare chiaro per conquistare la fiducia dei lettori

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Quando abbiamo iniziato l’avventura di questa Casa editrice, oltre sette anni fa, c’erano una cosa che non sapevamo e una che sapevamo benissimo. Non sapevamo che non avremmo mai pubblicato cinque libri all’anno, come ci eravamo detti scrivendo i primi titoli che avremmo voluto tradurre sul retro dello scontrino di una birreria della Grand Place di Bruxelles; sapevamo però che la qualità che avevamo in mente per i nostri libri non sarebbe servita a nulla, se non fossimo stati in grado di farli arrivare tra le mani dei lettori. C’era dunque bisogno di raggiungerli, quei lettori, e c’era una sola cosa che potevamo dare loro senza costringerli a comprare nulla: qualità nell’informazione su ciò che facevamo.

Ci eravamo dati da subito alcune regole che, con il senno di poi, non sapevamo ancora che avrebbero influenzato profondamente il nostro modo di lavorare.
Non avremmo mai mandato newsletter. Volevamo rimanere sempre una fonte di informazione gradita e positiva, per i lettori, mentre sapevamo che dal momento in cui si riceve la prima newsletter, anche se ci si è iscritti volontariamente alla mailing list, la si considera spam.
Avremmo usato la pagina Facebook come organo di informazione principale. Da una parte c’era il rischio di dover ripetere certe informazioni più volte, ma per sapere qualcosa su noi o i nostri progetti i lettori sarebbero dovuti venire a cercarci, sulla pagina, e far compiere un’azione a un potenziale cliente è un primo passo verso un acquisto.
La crescita della nostra platea di pubblico sarebbe stata organica, non alterata da campagne promozionali. Avevamo letto che un negozio Ikea di Malmö, in Svezia, aveva chiesto ai fan della propria pagina di taggarsi sui mobili nelle foto che postava, e in cambio li avrebbero avuti in omaggio. Questo faceva apparire le foto della pagina aziendale sulle bacheche dei fan, costituendo di fatto un endorsement molto forte, e un’altra azione dal cliente verso l’azienda. Da sempre, regaliamo due copie di ogni nostro libro, quando arrivano in redazione le tirature, con questo sistema. È anche un ottimo modo per ricordare ai visitatori della pagina che la data di uscita dei libri che stanno aspettando si avvicina. Questa tecnica ci è stata copiata da un numero enorme di Case editrici, lo scrivo con il sorriso, visto che non era farina del nostro sacco, e con un certo orgoglio, perché per noi è stata una svolta comunicativa.
Il tone of voice delle nostre pagine social sarebbe stato amichevole, onesto e autorevole. Sulla pagina Facebook BAO si risponde alle domande dei visitatori dalle otto del mattino all’una di notte. L’account Instagram mostra anticipazioni di titoli in lavorazione, mentre con Twitter si informa su eventi, presentazioni, e si risponde ad altre domande dei lettori. Il tutto è gestito internamente, direttamente da noi, non da un’agenzia di comunicazione esterna.

La crescita da zero della nostra notorietà non è stata fulminea, proprio perché le nostre premesse si basavano su una lenta propagazione della reputazione che intendevamo costruire pubblicando libri di alta qualità. Diciamo che ci abbiamo messo un anno circa per essere pienamente soddisfatti della resa tecnica dei nostri volumi, e due per cominciare a sentire un trend preciso e identificabile nella crescita del consenso con il pubblico. Sono stati due anni nei quali abbiamo sperimentato sulla nostra pelle i sistemi di comunicazione e abbiamo imparato ad ascoltare il nostro pubblico per capire cosa volesse, anche se non lo abbiamo sempre accontentato.
Piano piano sono diventati importanti alcuni fattori che avevamo imposto fin dall’inizio.
La qualità dei materiali nei nostri libri, progettati senza compromessi, a costo di erodere i margini di profitto (al quarto anno abbiamo potuto iniziare a razionalizzare, studiando più attentamente il progetto economico di ogni libro, ma senza dover abbassare la qualità perché a quel punto erano cresciute le tirature, e potevamo strappare prezzi migliori ai fornitori senza scendere a compromessi sui materiali) ci stava facendo apprezzare dai lettori.
Lo zoccolo bianco con la testa del nostro logo, Cliff, in calce a ogni dorso dei nostri volumi, che avevo voluto perché sono miope come una talpa e volevo vedere dov’erano i nostri libri sugli scaffali delle librerie, stava diventando un punto di riferimento anche per tanti altri, magari meno miopi di me, e aggiungeva un valore collezionistico che ha reso “lo scaffale BAO” una delle foto in cui più spesso veniamo taggati su Instagram, per esempio.
La scelta dei titoli che pubblicavamo, suddivisi tra importazioni di pregio e “libri che non ti aspetti”, al punto che negli anni è nato il luogo comune “ho fatto un libro strano, mandiamolo alla BAO” che a volte rende molto strano il contenuto della casella di posta della redazione. Abbiamo sempre infuso nelle proposte di ogni anno editoriale una certa percentuale di progetti che sfuggivano alle definizioni di genere, senza alcuna certezza che avrebbero venduto bene, ma che contribuivano a rafforzare l’identità della nostra azienda pur nella necessaria eterogeneità di titoli che annunciavamo. Ecco, questa cosa è importante: vedevamo altre case editrici con cataloghi eterogenei, e non volevamo che il nostro potesse mai sembrare composto alla cieca, velleitariamente, senza pianificazione o un filo conduttore. Paradossalmente, il nostro elemento di coerenza negli anni sono stati i libri “strani”, non per forza coraggiosi, ma probabilmente incoscienti. A volte, imprevedibilmente, hanno anche venduto davvero bene. Sul perché, che è qualcosa di fondamentale e non scontato, ci torniamo tra poco.

Qual era lo scopo di questo meticoloso lavoro sulla percezione dall’esterno della nostra brand identity? Diventare un elemento ricorrente nella vita quotidiana delle persone che, potenzialmente, potevano diventare nostri lettori e arricchire l’esperienza di acquisto e lettura di chi già lo era.
Con il tempo, si è reso necessario farlo anche usando mezzi esterni, e questo ci ha portati a fare una considerazione: il lavoro sulla stampa e sui media è importante, ma è altrettanto vitale far parte del panorama mentale quotidiano delle persone. Il web è molto più pervasivo, più centrale nelle interazioni sociali e culturali di quanto non lo siano giornali e riviste, in questi anni. Ecco perché abbiamo sempre dato importanza e attenzione ai blog letterari, per esempio, e ai siti di settore, dotandoli di anteprime, inviando libri per recensioni, organizzando blog tour che creano un reale engagement attivo da parte dell’utenza, magari mediante un giveaway, che consolida ulteriormente il rapporto editore-lettore, visto che spesso la ricompensa consiste in copie autografate e con dedica, o disegni originali degli autori dei libri di cui si parla.
La posta in gioco è potenzialmente alta, perché se si parla regolarmente di fumetto diventa normale cercarne, fruirne, e man mano che l’utenza dei canali specializzati si amplia e gli scaffali delle librerie generaliste si popolano di sempre più titoli a fumetti, il mercato cresce, sì, ma in esso si affermano solo i prodotti più forti, più convincenti. La reputazione che le strategie mediatiche costruiscono viene messa alla prova dei fatti, perché la concorrenza è tanta, come è giusto che sia.

E allora come si fa a costruire qualità? Inutile dire c’è una componente ineffabile nel procedimento: se un libro meriti di essere pubblicato e, di conseguenza, letto, è qualcosa che si può intuire, ma non sapere per certo. Un editore nel quale convivano passione e competenza (in proporzioni variabili ma commensurabili) sa come scegliere i titoli da pubblicare, ma non è detto che sappia portarli al successo. Ogni passaggio dal progetto iniziale all’uscita di un libro è un segmento, che va da un punto di partenza a uno di arrivo: dall’intenzione di pubblicare all’offerta da fare all’autore; dal soggetto alle tavole finite; dal progetto grafico ai file da mandare in tipografia; dalla cartella stampa agli articoli/recensioni/passaggi televisivi; dall’uscita alle fiere/presentazioni/tour promozionali e via dicendo. Perché ciascun segmento sia efficace, oltre a dover essere seguito da persone competenti, è necessario che tutti i segmenti siano adiacenti e consecutivi, che portino, insomma, in una stessa direzione. Qui in BAO facciamo così: dal momento in cui firmiamo il contratto per un titolo coinvolgiamo nel progetto subito tutti: così i grafici possono farsi un’idea di cosa dovranno portare al tavolo per rendere unico quel libro, il responsabile commerciale si renderà conto delle somiglianze (spurie, ma utili per spiegarsi con la rete promozionale) tra quel libro e altri che sono stati promossi e venduti negli anni precedenti (i cosiddetti gemelli), l’ufficio stampa comincerà a capire come approcciare la comunicazione verso i media, dati l’autore, i temi, la tipologia del progetto. Insomma, quando quel libro sarà pronto ad andare in stampa, noi lo avremo già virtualmente venduto a moltissime persone, perché saremo stati noi a far sapere loro che quel libro esisterà, e a convincerli che lo desiderano.

Qualche paragrafo fa ho accennato al fatto che di tanto in tanto siamo piacevolmente sorpresi dalle buone vendite di libri che abbiamo pubblicato senza aspettarci nulla da loro se non il loro essere “molto da BAO”. Il motivo per cui quei libri vendono è soprattutto dovuto al fatto che ormai i lettori si fidano di noi. In seconda battuta, quando scoprono che il libro, per quanto strano e difficile da inquadrare in poche parole, è anche molto bello e ben realizzato, quella fiducia viene confermata e l’atto di fede di comprare un libro BAO pur non sapendone niente potrà prodursi nuovamente, in futuro. Questa è la cosa più magica che ci succeda, davvero, ed è dovuta al fatto che siamo riusciti a convincere moltissime persone a spendersi in prima persona per parlare di ciò che facciamo.
Quando dicevo che i blog letterari hanno, a un certo livello, più capacità di penetrazione nelle coscienze dei giornali, non era certo disistima per la carta stampata. Ma così come se un inviato di guerra vi racconta il conflitto tra i curdi e l’ISIS vi pare una cosa normale, mentre se ci va Zerocalcare diventa un evento eccezionale, i lettori sanno che i recensori fanno quello di mestiere: recensiscono. Mentre se una persona normale, la cui passione la spinge a scrivere di ciò che ama leggere, parla di un fumetto BAO, chi legge quell’endorsement ci fa caso, prende nota, probabilmente alla prossima visita in libreria ci cercherà tra gli scaffali.
Da chi si tagga sulle foto dei libri adagiati sul parquet del nostro ufficio per averne una copia in omaggio a chi posta la propria libreria su Instagram, fino a chi scrive lunghi articoli per dire quanto ha amato Il porto proibito, il coinvolgimento diretto delle persone è il motivo per cui i lettori si fidano di noi, per cui sempre più lettori si fidano di noi. Non era qualcosa che potevamo sapere per certo all’inizio, ma lo volevamo fortemente. Se c’è stata una strategia, è stata quella della coerenza. E ora la qualità parla per noi, e lo fanno anche i lettori, ed è bellissimo leggerli e ascoltarli, ve lo confesso.

La settimana prossima parliamo di calligrafia, ma non di lettering. 🙂

Foreign Rights – Parte 1 – Alla fine della fiera

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A fine marzo di quest’anno, alla periferia di Madison, nello stato americano del Wisconsin, qualcuno spegnerà la luce del capannone della fabbrica Oscar Mayer e, per la prima volta in novantotto anni, nessuno la riaccenderà il mattino seguente. Il marchio storico dell’hot dog americano, che un tempo era il datore di lavoro più importante della città, con oltre quattromila dipendenti che lavoravano alla trasformazione di novecento maiali all’ora, è una delle vittime della ristrutturazione aziendale voluta dai nuovi proprietari della conglomerata Kraft Heinz, che possiede lo stabilimento. Tra le cose che ancora si producevano a Madison c’era il Liver Cheese, un affettato fatto comprimendo insieme parti di maiale, bacon, cipolle, e cucinando il tutto a forma di filone di pane. Poche persone sotto gli ottant’anni d’età ne sentiranno la mancanza.
Se fai per un secolo, bene, la stessa identica cosa, non è detto che il mercato ti sostenga per sempre.
Se poi il tuo prodotto sono le emozioni, le storie, le trame, per un’azienda diventa fondamentale rinnovarsi per restare pertinente al discorso sociale del mercato di cui è parte. Una Casa editrice è tra le entità che meno si possono permettere di cristallizzarsi e sedersi sugli allori e uno dei modi più semplici per tenere il proprio catalogo in contatto costante con le tendenze editoriali di tutto il mondo è quello di importare titoli dall’estero.
L’importazione delle licenze internazionali è una di quelle cose che il luogo comune vuole che si facciano da dietro una scrivania, come nella macchietta del finanziere che sbraita in numerose cornette telefoniche “Vendere!” o “Comprare!”, rivolto ai suoi scherani, in collegamento dalla borsa valori. Invece è un lavoro che richiede viaggi, contatto umano, chiarezza di idee e una discreta abilità con le lingue straniere. Io me ne occupo, per un’azienda o per l’altra, da quattordici anni. Neanche due settimane fa ero al festival di Angoulême, uno dei più grandi d’Europa, e l’unico con un padiglione dedicato unicamente agli incontri professionali tra editori.
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Vi sono piccoli stand, presi in affitto dalle Case editrici – non solo francesi – che hanno molti titoli da vendere all’estero. Gli appuntamenti-tipo durano mezz’ora e sono tenuti dagli agenti dell’ufficio diritti stranieri, per le aziende più strutturate, o dai titolari stessi, nel caso degli editori più piccoli. La danza dei convenevoli, della presentazione delle novità, dei PDF o dei campioni di libri da richiedere, è collaudata e si ripete più volte l’anno: gli editori che vedo a gennaio in Francia li rivedrò ad aprile a Bologna, in certi casi a luglio a San Diego, sicuramente a ottobre a Francoforte. Quando mi presentano le loro novità mi rassicura quando saltano quelle che sanno non andare bene per BAO, perché vuol dire che ho davanti qualcuno che ci tiene a veder andare bene i titoli che mi vende, e non a vendermi qualcosa a ogni costo. Se prima di una fiera ho già deciso di fare un’offerta per una licenza, spesso attendo la fiera per comunicarlo all’editore, perché so che gli agenti hanno degli obiettivi di fatturato, a ognuno di questi eventi, e che ricevono dei premi se raggiungono quegli obiettivi. Quindi se compro un titolo con un’offerta per e-mail a novembre non aiuto la persona che avrò davanti a gennaio ad avere il premio a fine fiera. Se non si tratta di una licenza oggetto di asta, o che temo possa essere contesa tra più editori, aspetto l’evento successivo come cortesia professionale verso chi deve fare la vendita.
La scelta dei titoli da importare è una faccenda complessa. Per restare nell’esempio francese, ci sono due cose che noi di BAO tendiamo a evitare sistematicamente: i classici della tradizione francese e i progetti che ci sembrano troppo studiati a tavolino.
Il primo caso va spiegato: il mercato francese del fumetto nelle librerie generaliste nel 2016 è valso 370 milioni di euro di vendite. Vi ricordo un dato di qualche post fa: in Italia ne vale dodici, al momento. Però il cartonato più venduto del 2016 è stato il nuovo episodio apocrifo di Blake & Mortimer, una serie creata da Edgar Jacobs nel 1946. Il volume ha venduto 280.100 copie in un mese, perché è uscito il 25 novembre. Il secondo in classifica è il nuovo episodio (sempre apocrifo) di Lucky Luke, che in due mesi (dal 4 novembre) ha venduto 271.000 copie (dati Gfk). È come se in Italia Tex uscisse una sola volta l’anno, in libreria. E non esiste un altro mercato al mondo nel quale Tex venda come in Italia. Quindi nell’enorme calderone del mercato del fumetto francese bisogna fare la tara dei grandi classici, ma anche dei fenomeni molto specifici: L’arabo del futuro, bella serie di volumi della stella del fumetto di realtà contemporaneo, Riad Sattouf, tra i suoi tre volumi nel solo 2016 ha venduto 370.000 copie. Il motivo è legato, oltre allo straordinario talento di Riad, anche alla pertinenza tematica in un paese che è molto più un melting pot culturale di quanto non lo sia l’Italia di oggi.
Quelli che definisco progetti studiati a tavolino sono invece i titoli, o le collane, che sembrano voler cavalcare una moda tematica. Ricordo che all’inizio della crisi economica del 2009 sono proliferate le serie sui segreti delle banche. Stranamente, per quanto dal punto di vista italiano si tenda a considerare il mercato francofono piuttosto colto, e quello americano più commerciale, nella mia esperienza il tentativo di sfruttare i temi caldi è sempre più palese e sistematico in Francia che negli USA.
Insomma, da ogni fiera l’editore a caccia di licenze torna a casa con un bel numero di proposte, campioni, manoscritti da leggere. La bussola con la quale orientarsi impone una prima scrematura in base alla qualità (perché non tutto quello che viene messo sul mercato è di altissima qualità, va detto) e poi, nella fase in cui si identificano i titoli per i quali si è disposti a fare un’offerta, bilanciando tra loro i titoli che possono diventare identitari per il proprio catalogo (ogni tanto noi ci diciamo cose come: “Non so se venderà, ma è davvero tanto BAO”), quelli che sono attesi dal proprio pubblico (perché di un autore già noto, o perché se ne è parlato molto in rete, per esempio) e una piccola parte di sperimentazione (i titoli che appartengono a generi o modi narrativi inusuali, per i quali non ci sono precedenti in Casa editrice e pubblicando i quali si rischia l’insuccesso.*)
Il processo di acquisizione consiste nello spedire al licensor (l’editore o agente che vende la licenza) una proposta in cui si specifica il progetto per l’edizione italiana, indicando la tiratura che si prevede di fare, il tipo di edizione fisica (soprattutto nel caso in cui non sia identica all’originale), il prezzo di vendita al pubblico e la percentuale di royalties offerta. Poi si offre l’anticipo, detto MG (Minimum Guarantee) che è una cifra che corrisponde alle royalties su un certo numero di copie vendute. Se quel libro vende meno delle copie coperte dall’anticipo, il licensor si tiene comunque l’anticipo (per questo è detto “minimo garantito”). Se ne vende di più, una volta l’anno l’editore italiano (il licensee) deve dire quante ne ha vendute, e pagare la differenza.
Facciamo un esempio pratico. Voglio pubblicare in Italia un libro che mi è stato proposto. Ne voglio stampare duemila copie, venderle a 15 euro l’una, e offro l’8% di royalties. Quindi devo offrire un anticipo che corrisponde a
(2000 x 15) x 8% = 2400 euro
Ma se offro questa cifra avrò pagato le royalties sul totale della tiratura prevista. Quindi anche sulle eventuali copie regalate alla stampa, su quelle fallate, su quelle che potrebbero restare invendute. Così propongo al licensor: posso darti un anticipo pari al 60% della tiratura? In questo modo se ne vendo di più, quando l’anno dopo ti faccio il rapporto sulle vendite, ti do la differenza.
Quindi propongo di pagare:
2400 x 60% = 1440 euro
Ai quali se il licensor accetterà verrà aggiunto il costo dei file per la stampa.
Dopo un anno, diciamo che mi è andata benino e ho venduto 1.815 copie. Devo dare al mio licensor le royalties in più:
[(1815 x 15) x 8%] – 1440 = 738 euro
Piccolo interludio: quando ci comunicano che un licensor ha scelto noi per un titolo cui tenevamo, ma per il quale sapevo che c’era concorrenza, gioisco come se avessi vinto al Superenalotto. Se fate un fermo immagine di me che comunico ai miei collaboratori con aria furbesca la conquista come in uno spot del whisky degli anni Ottanta, potete riflettere su quali strane cose mi diano gioia: in quell’istante sto alzando le mani al cielo perché mi è appena stato accordato il diritto di pagare l’anticipo, pagare i file per la stampa, pagare il personale per tradurre e impaginare, pagare la stampa e poi sperare che qualcuno vada a comprare quel libro.
Ma io gioisco perché se ho fatto l’offerta in quel libro ci credo, e come Ray Kinsella nel suo campo da baseball scavato nel mais dell’Iowa sento le voci e penso che “La gente verrà, la gente verrà eccome.”
Fin qui i freddi numeri, ma non lasciate che vi distraggano: il sottoscritto che salta sulla sedia è molto più importante.
Sì, perché il conto della serva lo sa fare chiunque, ma poi dare a un libro una onesta chance di avere successo e visibilità non è da tutti. Quando un licensor dice di sì a una proposta BAO, sa diverse cose: che tradurremo e stamperemo il libro con cura; che abbiamo una distribuzione capillare e in costante crescita; che il nostro ufficio stampa è efficace e dinamico; che quando invitiamo in Italia gli autori stranieri li trattiamo con i guanti bianchi. Dopo sette anni, queste cose le sanno anche se non abbiamo mai lavorato con loro in precedenza. Un’altra cosa che sanno è che tre-quattro volte l’anno possono guardare negli occhi Caterina e me e chiederci seriamente: “Come vanno le cose?” e che la risposta sarà convincente. Dopo sette anni, se chiediamo di fare una raccolta integrale di una serie, o di cambiare il formato di un libro, o di commissionare una nuova copertina, le legittime resistenze che all’inizio ci venivano opposte a questo tipo di esigenza ora sono state sostituite quasi sempre da un’unica risposta: “Siete voi a sapere cosa funziona sul vostro mercato.”
Ecco perché la chiarezza nell’esporre il proprio progetto, e l’onestà nell’ammettere i propri limiti, dubbi e difficoltà, sono importanti nelle transazioni internazionali quanto la puntualità nel saldare le fatture.
Magari un’altra volta vi parlerò della prima volta che abbiamo parlato di affari con Jeff Smith, e credevamo che il tassista ci stesse portando alla trattoria preferita di Manuel Vázquez Montalbán, e invece ci ha portati al cimitero monumentale di Barcellona. Oppure di quando ho mangiato un enorme gelato a mezzanotte con Gary Groth della Fantagraphics, e in conseguenza di quella scorpacciata abbiamo iniziato a pubblicare Daniel Clowes. Questo è un lavoro fatto di persone, di contatti, di affinità e di fiducia. Ci sono persone con le quali passo più tempo a parlare di famiglia o di politica che di fumetti, anche se ci conosciamo proprio perché hanno qualcosa da vendermi. Questa è la parte che viene dal bagaglio umano di ciascuno, e raccontarla è aneddotica fine a se stessa, non serve a insegnare nulla. Però è anche la parte che rende tollerabili quei lunghi corridoi asettici ricoperti di moquette che separano le file di stand, sempre uguali e sempre nelle stesse posizioni relative, come orbitali di elettroni, fiera dopo fiera, anno dopo anno. Le persone che ti parlano di loro e ti chiedono di te prima di proporti le ultime novità, e che dopo la fiera ti scrivono la consueta mail di follow up ricordandoti le cose che vi siete detti, ricordandoti che non sei solo un cliente, quelle sono le cose che ti fanno continuare a fare questo mestiere.
Per anni questa relazione è stata per noi a senso unico: andavamo alle fiere e compravamo. Poi abbiamo cominciato a vendere, e questo sarà l’oggetto della seconda parte di questo post, tra un mese esatto.
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* Il lavoro dell’editore è uno dei pochi, tra quelli che conosco io, che fa degli insuccessi una ricchezza. L’importante non è non pubblicare libri che il pubblico ignora, ma farlo in modo da capire, a posteriori, perché il pubblico li ha ignorati. Spesso un fiasco si rivela una lezione che porta a migliorare molto il proprio modo di lavorare.

Carta vetrata – Un umile consiglio per scrivere le storie

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Immaginate. Una mattina vi svegliate, determinati a spedire il soggetto per un fumetto a una Casa editrice. Puntate i gomiti sul materasso, e scoprite che nottetempo è diventato così viscido che le braccia vi scivolano lungo i fianchi. Non vi riesce di sollevarvi, e dopo diversi goffi tentativi scivolate a terra come anguille, e lì scoprite di non riuscirvi ad alzare, perché il pavimento è diventato come di vetro unto di sugna. Con movimenti da invertebrati riuscite ad arrivare strisciando fino al bagno, ma quando provate a issarvi in piedi aggrappandovi al lavandino le mani scivolano via e ricadete, in malo modo, a faccia in avanti sulle mattonelle. Ci provate ancora diverse volte, cercando di aiutarvi con gli strumenti/accessori/appigli più diversi, ma a un certo punto, esausti, lo ammettete: non state andando da nessuna parte.

Il motivo è che d’improvviso, nella vostra vita, manca l’attrito.

L’attrito è, in fisica, una forza che si oppone allo scivolamento di un corpo su una superficie. Per tutti quelli che vivono benissimo senza conoscere le tre leggi di Coulomb in materia, basti considerare che l’attrito radente è quello dovuto allo strisciamento di un corpo su una superficie, mentre l’attrito volvente è imputabile al rotolamento di un corpo su una superficie. Di quanto ne abbiate bisogno anche solo per uscire dal letto o alzarvi da terra credo di avervi già dato un’idea. È importante però che sappiate che anche la storia che volete scrivere ha bisogno di attrito.

Le storie hanno bisogno di conflitto, si dice in genere. Io trovo che questa parola a volte sia fuorviante, perché ha una connotazione bellicosa che, nel Fumetto, sembra voler alludere necessariamente a una qualche azione violenta. Di certo le storie hanno bisogno di attrito: di una forza che ostacoli il normale procedere dei personaggi all’interno delle vicende narrate. L’attrito è una buona analogia perché se di fondo la premessa di una storia può implicare che l’ipotetico protagonista sia ostacolato da un attrito volvente costante (per esempio: il protagonista incontra il padrone di casa, cui deve mesi di affitto arretrato, ogni volta che esce, e il lettore sa che prima o poi sarà sfrattato) la trama può riservargli occasionali situazioni di attrito radente, che costringono la storia in precise direzioni (dopo la morte del coniuge, il protagonista cade in una spirale depressiva che lo porta a [inserire scelta estrema propedeutica alla trama qui]).

(Per tutti quelli che invece le leggi di Coulomb le conoscevano, le mie scuse per aver appena messo delle parentesi quadre dentro alle parentesi tonde.)

Ci sono in particolare due tipi di storie prive di attrito manifesto che vanno evitate come la peste, se potete: quelle in cui il corso degli eventi è scontato e quelle in cui gli eventi sono una successione di cui il lettore deve prendere atto senza essere mai invitato a sperare o cercare di indovinare le prossime mosse dei personaggi.

Un esempio del primo tipo è una storia che ho recentemente rifiutato a un giovane autore con il quale ho tantissima voglia di lavorare, e che spero che presto mi manderà un altro soggetto: un ragazzo lavora come apprendista grafico, ma sogna di fare lo scultore. I datori di lavoro lo vogliono assumere a tempo indeterminato, ma lui vorrebbe invece iscriversi a un importante concorso di scultura. Non sa cosa fare. La storia finisce con il protagonista che praticamente dice: “Ora so cosa fare” ma non ci è dato sapere cosa decida. Poco male, perché si tratta di una scelta così ordinaria, così normale, che capita così tante volte nelle vite dei lettori, che non c’è molto motivo per leggere fino in fondo tutto un libro su questo argomento.

Disclaimer 1: Un giorno leggerò esattamente questa trama, ma declinata in un modo così originale ed emotivamente sconvolgente, con tali improvvise e impreviste rivelazioni sull’animo umano che ne sarò conquistato. Non era il caso di questo soggetto.

L’altro tipo di storia è quello in cui il susseguirsi degli eventi è stato deciso dall’autore in maniera apparentemente arbitraria e si procede dall’inizio alla fine prendendo atto di ogni successiva scena, senza che paia plausibile la ragione di quella specifica concatenazione degli eventi. Io le chiamo “storie a videogame” e hanno illustri e nobilissimi precedenti.

Disclaimer 2: Fa eccezione qualunque tipo di nonsense, flusso di coscienza narrativo, storia non sceneggiata scritta come esercizio di scrittura automatica o ciò che sceneggiate quando siete veramente tanto ubriachi.

Disclaimer 3: Non ho nessuna intenzione di essere ingiusto nei confronti del potenziale narrativo dei moderni videogame e so che non usano necessariamente lo storytelling “a livelli”. Giuro. Davvero.

Se proprio dovete scrivere una storia “a videogame”, la regola narrativa fondamentale è di dichiarare che si tratta di quel tipo di storia fin dal principio. Guardate Eiichirō Oda: il suo One Piece è allo stesso tempo un susseguirsi lineare di eventi che il lettore fatica a prevedere e una perfetta applicazione della regola del MacGuffin di Hitchcock (il tesoro dei pirati).

Forse l’autore che ha realizzato la storia più esemplare di questo tipo è Scott McCloud, che con un episodio di Zot! (casualmente pubblicato da BAO, wink wink!), Getting to 99, ha esemplificato nel modo migliore il bisogno di conflitto anche all’interno di una storia di cui la struttura sia interamente nota e palese fin dall’inizio.
Diciamo insomma che vogliamo raccontare la storia cui alludevo all’inizio: Il protagonista si sveglia determinato a presentare a una Casa editrice di fumetti la sua idea per una storia. Riesce ad alzarsi dal letto, perché nel suo mondo esiste l’attrito. Vediamo come si manifesta, oltre a permettergli di puntare efficacemente i gomiti sul materasso.
Lo scrittore inglese E.M. Forster, in un celebre libro sulla scrittura, Aspetti del romanzo (Garzanti) che io consulto con la frequenza con cui un curato di campagna consulta il breviario, ha scritto che due caratteristiche delle storie sono la fantasia e la profezia.

Della fantasia dice:

L’approccio più semplice a una definizione di un aspetto qualsiasi della narrativa è sempre considerare che cosa esige da parte del lettore: il romanzo richiede curiosità per la storia, interessi comuni e sentimento del valore verso i personaggi, intelligenza e memoria per l’intreccio. Che cosa esige invece da noi la fantasia? Che si paghi un supplemento. Ci obbliga a un processo di adattamento diverso da quello richiestoci dall’opera d’arte: vuole un adattamento ulteriore. Gli altri romanzieri dicono: “Ecco qualcosa che potrebbe accadere nella vostra vita”; lo scrittore fantastico ci dice: “Ecco qualcosa che a voi non potrebbe accadere. Devo pregiudizialmente domandarvi di accettare il mio libro nel suo insieme e, quindi, di accettare del mio libro alcune cose determinate.”

Forster fa presente che ci sono lettori che non accettano questa cosa, che con il fantastico hanno un pessimo rapporto, che hanno bisogno di realismo ancor più che di verosimiglianza, nelle storie che leggono, ma la fantasia è un ottimo modo per evitare un decorso narrativo banale. Proviamo:

Il protagonista si alza al mattino, con l’intenzione di presentare l’idea per una storia a una Casa editrice. Questa però, per non essere sommersa dai manoscritti degli aspiranti autori, accetta solo proposte consegnate a mano, e si trova su un altro pianeta. I soldi per un passaggio a bordo di un mercantile diretto su quel pianeta non sono un problema, anche se dovrebbe spenderli per l’affitto (attrito volvente: la quotidiana difficoltà della vita), ma quel pianeta ha tagliato i ponti diplomatici con quello del protagonista in seguito a una guerra di secoli prima, e quindi se ci andasse sarebbe arrestato immediatamente. Non gli resta che arruolarsi online nella fanteria spaziale di quel pianeta e prepararsi a partire in clandestinità, perché dall’istante in cui la sua iscrizione sarà protocollata, sarà automaticamente un nemico del proprio pianeta e dovrà sfuggire all’arresto (attrito radente: imprevisti da superare).

Già meglio, vero?
Forster dice che le storie di profezia sono, invece, quelle in cui l’esplorazione dei sentimenti prende il sopravvento, la rivelazione è più importante della scoperta, la spiritualità è più importante della fattualità. Se devo pensare a un fumetto mi viene in mente I Kill Giants, di Joe Kelly e JM Ken Niimura, che è nel catalogo BAO fin dal 2010: Barbara è una ragazzina che dice a tutti di avere in borsa il mitico martello Coveleski, capace di distruggere i giganti che potrebbero attaccare la città. Per metà della storia il lettore si domanda se Barbara davvero abbia questo potere, o se stia solamente gestendo il trauma di una difficile situazione familiare. L’esplorazione dei suoi sentimenti attraverso il modo in cui reagisce a ciò che le succede è così magistrale che gli elementi realistici dell’ambientazione sfumano letteralmente davanti ai nostri occhi, così che quando i giganti si manifestano smettiamo di domandarci se siano reali e tifiamo semplicemente per Barbara, perché vinca la battaglia che le è vitale per essere nuovamente serena.
Per restare nel nostro esempio di prima:

Il protagonista si alza un mattino determinato ad andare a presentare una storia a una Casa editrice. Stacca il cavo del caricabatterie dallo sterno, si lava, si veste ed esce. Nato con una grave insufficienza di capacità polmonare, nel suo torace è inserito un apparecchio che espande e contrae i suoi polmoni in modo corretto. La batteria del mantice artificiale ha la durata di quella di un moderno cellulare, e la storia procede con l’icona del livello di carica all’inizio di ogni capitolo. Da quando gli è successo di rischiare di morire perché un blackout a fine giornata gli ha impedito di collegarsi a una presa elettrica o di tornare a casa per collegarsi alla batteria d’emergenza, vive ogni giorno con la gioiosa rassegnazione di chi potrebbe star gustando le proprie ultime ore di vita. Proporre quella storia all’editore sarebbe il coronamento di un sogno, ma in realtà non gli importa se ce la farà o meno: sono le piccole gioie, i gesti quotidiani, la condivisione della propria condizione di essere umano tra altri umani, a renderlo felice, ogni giorno.

La storia la intitoleremo proprio “Mantice”, un po’ per l’apparecchio che la caratterizza, un po’ perché le emozioni che il protagonista prova ravvivano ogni giorno in lui il fuoco della passione per la vita.

Ecco, il consiglio è questo. Le storie contengono due classi di elementi narrativi: gli esseri umani e tutto il resto. Gli esseri umani devono interagire tra di loro e con tutto il resto. Le storie possono avere ogni tipo di struttura, e possono funzionare anche se dotate di strutture che il buonsenso editoriale di solito considera inadatte, inefficaci, poco incisive. Sta a voi dimostrare che si possono creare storie bellissime con premesse umili, o improbabili. Però comunque voi costruiate una storia c’è un elemento del progetto che non potete dimenticare, perché non lo decidete voi: il lettore alla fine della storia mette un filtro, come un setaccio, per lasciare che gli eventi ne fuoriescano liberamente e trattenere qualcosa tra le maglie del filtro. Cosa sia quel qualcosa lo decidete voi, è ciò che per attrito si stacca dalla struttura della storia in determinati punti e viene via con gli eventi, fino alla fine: una paura che all’inizio non c’era, la dimostrazione del coraggio di un determinato personaggio, una presa di coscienza inattesa, la dimostrazione tenace di un amore minacciato dagli eventi… sta a voi. Ma se non c’è attrito non c’è questo spostamento di sedimenti che diventano la ricchezza per il lettore che vi ha seguiti fin lì, e spesso non c’è motivo, o non c’è proprio modo, di leggere la storia fino alla fine.

Una storia deve fare male. A voi, ai suoi protagonisti o al lettore. Ma se fa male a due su tre siete già sulla buona strada. Se non vi fidate di me, lo dice anche Stewie Griffin.

Un mercoledì di ordinaria editoria

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Qualche anno fa mi è stata detta una cosa molto bella, a proposito del lavoro che faccio: che quando si parla di BAO come Casa editrice l’enfasi è su “Casa”. In effetti, quando Caterina e io abbiamo fondato l’azienda, sette anni fa, l’intenzione era quella di creare un posto dove noi per primi avessimo voglia di venire ogni mattina, e che permettesse ai nostri collaboratori di lavorare serenamente. Sapevamo che in editoria la velocità e il dinamismo sono mali necessari e che se non avessimo iniziato il nostro progetto con la possibilità di una coesistenza serena in redazione, all’aumentare del carico di lavoro saremmo stati spacciati.
Molto tempo fa, su questo blog, avevo promesso di raccontare prima o poi una tipica giornata di lavoro, e molto spesso la mia preferita è quella di mercoledì, perché è quella in cui si fanno le riunioni di redazione.
Pronti? Benvenuti nella mia routine.

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Apro l’ufficio alle 8:30. Siamo soli io e il bonsai Oda Nobunaga. Faccio colazione, scarico la posta, preparo il file con gli ordini dello Shop Online da evadere nella giornata. Oggi ce n’è solo uno, ma ci sono giorni in cui sono anche dieci. A confezionarli ci pensano i membri della redazione, a seconda dei loro impegni. Di solito le operazioni legate allo Shop vengono completate entro mezzogiorno.
Alle 9:30 comincia ad arrivare la squadra, e impostiamo i lavori della giornata:

Alle 10:30 con Lorenzo, il capo grafico, e Gigi Cavenago andiamo alla Bonelli per parlare con Marina Sanfelice delle modifiche al lettering di Mater Dolorosa necessarie per l’edizione BAO di quella storia.

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La redazione di Via Buonarroti è ad appena quattro fermate di metropolitana dalla nostra sede, e dopo aver assistito all’inizio dei lavori, necessari per ottimizzare le splendide tavole di Gigi al formato nel quale stamperemo il volume (e per i quali Marina si è generosamente offerta di aiutarci) mi faccio offrire due caffè in rapida successione: il primo da Alfredo Castelli e il secondo da Vincenzo Sarno. In mezz’ora discuto di cose di lavoro che avrebbero richiesto almeno cinque giorni di e-mail e me ne torno soddisfatto alla BAO.

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A mezzogiorno arriva maicol (di maicol & mirco) perché dobbiamo fare una diretta per parlare del suo nuovo libro, Il papà di Dio, e lo intervisto in sala riunioni, a beneficio dei fan della nostra pagina Facebook.
Poco dopo lo stesso tavolo vede riunirsi la squadra per la pausa pranzo, e un’ora più tardi serve per la settimanale riunione di programmazione.

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In mesi intensi come questo preparare l’ordine del giorno della riunione del mercoledì mi prende anche due giorni di appunti. La riunione è divisa per dipartimenti: Amministrazione (per parlare di contratti, pagamenti, budget, forecast correttivi del budget, royalties per gli autori e i licensor); Commerciale (per parlare di fumetterie, librerie, tempi di consegna e di lancio dei volumi in arrivo dalle tipografie, fiere, andamento delle vendite, creazione dei copertinari per la promozione libraria e del Preview per le fumetterie); Stampa ed eventi (per parlare di inviti a ospiti italiani e stranieri, tempistiche di uscita dei libri per programmare i comunicati stampa e gli invii ai giornalisti, presenze fieristiche, tour di presentazioni) e Produzione (per parlare di impianti in arrivo dall’estero, consegne dagli autori italiani, avanzamento dei lavori di impaginazione e lettering, calendario delle riletture della redazione in vista dell’invio di libri lavorati alle tipografie). Le nostre riunioni durano dalla mezz’ora ai tre quarti d’ora, durante i quali di solito Ninja, la Beagle, sonnecchia sul divano e io imposto innumerevoli messaggi di posta inserendo solo il destinatario per ricordarmi, in seguito, a chi devo scrivere per procurare a qualcuno della squadra l’informazione o i materiali che mi ha chiesto.
A volte sottoponiamo alla redazione le diverse bozze della copertina di un libro in produzione, per discuterne tutti insieme. Il fatto che il responsabile commerciale e l’ufficio stampa partecipino a queste discussioni è fondamentale per il marketing operativo dei singoli titoli.

Alle 17:30 mi presento alla Feltrinelli di Piazza del Duomo. Manca un’ora alla presentazione del libro di maicol & mirco e io ho promesso che dedicheremo per tutto l’anno l’ora precedente agli eventi cui presenzieremo a un question time a tema libero con lettori e aspiranti autori. Essendo la prima volta me la posso prendere comoda: pochissime persone hanno voglia di parlare con me, e ben presto posso cedere il palco all’autore e al giornalista Andrea Coccia, che lo intervista davanti alla sala piena di lettori. Seguono le dediche, che terminano giusto in tempo per l’ora di cena.

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Torno in redazione verso le ventidue, a scaricare per l’ultima volta la posta e a spegnere e chiudere tutto.

Quando mi rendo conto, facendoli, che i miei gesti sono sempre gli stessi, giorno dopo giorno, da oltre sette anni, mi stupisco. Molto più di quando mi capita di ripensare a cosa pensavamo quando il nostro fatturato era un ventesimo di quello di adesso, quando eravamo in quattro a fare tutto il lavoro, quando il mondo delle librerie pareva non volerci proprio dare spazio o ascolto. Ogni giorno apro queste finestre prima che arrivino tutti. Ogni giorno accendiamo queste macchine, con le quali trasformiamo le idee in libri. Ogni giorno parliamo con gli autori, e con decine di persone in tutto il mondo che ci danno gli strumenti – la fiducia è il primo e il più importante – per portare storie sotto forma di libri sugli scaffali di centinaia di negozi in tutta Italia. Ogni giorno faccio il caffè a chiunque ne beva, e glielo porto, o lo bevo insieme a loro, come scusa per non parlare solo delle cose che dobbiamo fare, o anche solo per alzarmi dalla scrivania e riflettere.
Ogni tanto qualcuno sui nostri social legge che un certo libro uscirà, pour parler, a marzo, e commenta, spesso a ragione: “Ma non doveva uscire a febbraio?” come se stessimo parlando del regionale delle 16:47 da Albairate. Eppure l’uscita di quel libro presuppone che esattamente dieci giorni prima esso sia arrivato al magazzino di Messaggerie Libri, che almeno quindici-venti prima di quella consegna sia iniziata la stampa, che avviene dopo almeno un mese di lavorazione redazionale, che inizia solo dopo che la traduzione è stata consegnata; ma la traduzione non può iniziare se il contratto di licenza non è stato firmato, se l’anticipo e il costo dei materiali non sono stati pagati, e d’altra parte queste cose non succedono se prima non abbiamo deciso di voler pubblicare quel libro e convinto chi ne detiene i diritti che siamo la Casa editrice più adatta per farlo. E per voler esprimere questa volontà il libro lo dobbiamo scoprire, a una fiera del settore o in rete, e ci deve colpire, piacere e convincere a tal punto da decidere che potrebbe diventare uno dei circa settanta che pubblichiamo ogni anno. E tutto questo presuppone che ciascuno di noi entro le 9:30 sia in questa redazione, a dire, scrivere, spedire, rileggere, correggere milioni di parole che devono diventare solo tre: Visto Si Stampi, e dopo averle pronunciate bisogna sperare che niente di troppo grave vada a rilento. Come il regionale da Albairate, a volte arriviamo in ritardo. Diversamente da quel treno, spesso quel ritardo significa che ci siamo presi la briga di garantirvi che il libro che aspettavate fosse veramente perfetto. Quando ho scelto la giornata da raccontare in questo post non sapevo esattamente cosa sarebbe successo in quelle ore, e per fortuna si è rivelata una giornata intensa e interessante, in cui nulla è andato storto, ma ve lo assicuro, se anche fosse stata un disastro, ve l’avrei raccontata lo stesso. Perché il fatto che la maggior parte dei giorni tutto va liscio è il motivo per cui la nostra squadra è apprezzata, ma è per come salvano le giornate che minacciano di diventare tragiche che sono fiero di loro.

Sono le 22:50 e sto per salvare questo post e spegnere le luci della redazione. Domattina si ricomincia. E la settimana prossima, qui, torniamo a parlare di storie.

Insegnare un mestiere, imparare un mestiere

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Qualche giorno fa ero su un treno (ci ho passato quasi trecento ore, quest’anno, ho calcolato) e pensavo al fatto che non aggiorno questo blog da un pezzo. Ho cominciato a pensare a come strutturare un programma di post regolari che coprano tutti gli ambiti dell’attività editoriale, e ho preso qualche appunto. Poche ore dopo, sono stato fermato per strada da una persona che mi ha chiesto, letteralmente: “Perché non scrivi più su I tipi di BAO?
L’ho preso come un segno del destino. E ho preso altri appunti. Da inizio gennaio mi impegno a scrivere un post a settimana, cascasse una pannocchia, e di accettare richieste sui temi da trattare, anche se ho già in mente diversi mesi di argomenti. Lo farò come se mi restasse un solo anno per insegnare a qualcuno il mio mestiere, una pratica che in Italia è sempre guardata con un certo sospetto ma che, se ci pensate bene, è la sola cosa che un lavoratore coscienzioso possa realmente trasmettere ad altri.
Se avete temi che vi interessano particolarmente, lasciate qui un commento o scrivete sulla nostra pagina Facebook. Io vi aspetto, fischiettando una opportuna canzone di Crosby, Stills, Nash & Young.