Have books, will travel

La domanda che più mi snerva, quando mi arriva per messaggio da qualche amico, è: “Cosa dovrai fare, oggi?” perché implica che il riassunto sia possibile e, soprattutto, riassumibile in pochi caratteri. Quindi ho deciso di raccontarvi un po’ del mio lavoro, delle caratteristiche (e storture) del lavoro di un editore. Nella fattispecie, oggi vi racconto come è stata la mia giornata giovedì scorso, l’8 ottobre. Non vi aspettate chissà che, eh! Le mie giornate sono più o meno noiose, ma costellate di cose da incastrare tra loro in armonia.
La sveglia è, come sempre, alle 6:30 del mattino.
La colazione, alla scrivania, leggendo le strip quotidiane che seguo e facendomi un’idea di quante ore mi prenderà, nella giornata, la reazione alle mail arrivate dalla sera prima.
Quando cominciano ad arrivare i membri della squadra, prendo la borsa e vado alla Stazione Centrale.
Una rapida occhiata all’esposizione di fumetti della Feltrinelli della stazione mi conferma la sensazione che ci stiamo ritagliando parecchio spazio, nelle librerie generaliste, ultimamente.
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Feltrinelli Stazione Centrale, Milano, mezzanino.

Feltrinelli Stazione Centrale, Milano, mezzanino.

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La vetrina sul mezzanino.

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Credo di passare ormai più tempo sul Frecciarossa tra Milano e Roma che a casa mia. Per fortuna sono perfettamente attrezzato per tre ore di lavoro filato, cosa che si rende necessaria oggi più che mai perché, oltre alle mail cui rispondere, ci sono diversi libri da rileggere prima di mandarli in stampa.
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L’autunno è denso di uscite, e certi volumi dobbiamo averli in tempo per la fiera di Lucca.
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Anche all’arrivo, non ho il tempo per passare dagli amici di Verticomics, con i quali pure dovrei parlare di lavoro, e corro in albergo mangiando un panino al volo.
Inizio la rilettura della seconda bozza della giornata, poi mi cambio e vado in libreria in metropolitana.
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C’è già un sacco di gente, e quando arriva Zerocalcare ha con sé Toni Bruno, il che è un bene, perché la settimana prossima devo portare circa il 30% del suo prossimo libro con me a Francoforte e ho bisogno di parlare con lui di alcuni dettagli.
Iniziano le dediche, e il pubblico sbuffa per i tempi di attesa.
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Il pubblico alla Feltrinelli sull’Appia Nuova si è messo in fila già dalle 14:00.

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Arrivano due troupe televisive, per appuntamenti concordati con l’ufficio stampa. Io ho annotato i nomi di tutte le persone che hanno il permesso di fare interviste e riprese, così da poter gentilmente rifiutare eventuali richieste dell’ultimo momento.
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La troupe del TG2 venuta a intervistare Zerocalcare per “Achab libri”

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Alle sei e mezza, per una trentina di minuti, facciamo la parte parlata dell’incontro, poi ricominciano le dediche.
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Il tutto finisce verso mezzanotte, e l’indomani alle nove avrò un altro treno da sfruttare per lavorare più che posso, prima di arrivare in ufficio.
Ecco, questa è una mia giornata tipo quando c’è di mezzo una presentazione.
Prossimamente vi racconto una trasferta internazionale e poi, se non vi avrò del tutto stremati di noia, una “normale” giornata in redazione.

Cosa succede quando le fumetterie si riuniscono a parlare

editori BITUBì

             

Tre case editrici di fumetto e oltre trenta fumetterie si sono date appuntamento per la seconda volta. È accaduto domenica 10 maggio a Milano, per l’edizione 2015 di BITUBÌ, l’incontro organizzato da BAO Publishing, saldaPress e Kleiner Flug per discutere i problemi del mercato, pianificare soluzioni e immaginare un futuro più agevole per tutti.
L’entusiasmo che contraddistinse la prima edizione si è moltiplicato, come testimoniano le trenta fumetterie – giunte anche da Puglia, Lazio, Sardegna e Toscana – intervenute domenica 10 maggio. Un dato che, tra l’altro, sottolinea l’importanza culturale cruciale rappresentata dalle fumetterie stesse: un patrimonio prezioso per l’editoria a fumetti in particolare e, in questo momento storico, per tutta l’editoria in generale.
Il tema della giornata – che ha coinvolto per oltre sei ore tutti i protagonisti in appassionate discussioni – è stato soprattutto uno: come rendere più fluido il meccanismo che dalla creazione e confezione delle storie, porta i libri ai lettori, i destinatari di quelle stesse storie. Come testimoniano gli esempi di The Walking Dead e Zerocalcare, il fumetto ha un pubblico di lettori forti e si sta finalmente imponendo come forma narrativa degna quanto le altre di attirare l’attenzione dell’establishment culturale e dei lettori onnivori. Servono dunque forme di collaborazione che, agevolando il lavoro delle fumetterie, rendano più agile ed efficiente la filiera distributiva e commerciale, che – come sottolineato dai partecipanti – presenta spesso difficoltà e ritardi destinati a ostacolare il lavoro dei punti vendita, danneggiando la diffusione dei libri a fumetti e coloro che li acquistano. BITUBÌ, sull’onda della passione, della competenza e della leggerezza, ha provato a individuare alcune risposte e a immaginare soluzioni che ancora non esistono. Soluzioni che prevedono anche la creazioni di micro e macro-eventi che si concretizzeranno nei prossimi mesi, grazie al lavoro delle tre case editrici coinvolte e delle fumetterie che hanno animato BITUBÌ. E che animeranno l’edizione 2016 dell’iniziativa.
Con l’augurio, e quasi la certezza, che i partecipanti saranno ancora di più.

Il nome delle cose – Piccola nomenclatura per una fruizione consapevole del libro

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A volte ho la sensazione che ci sia un po’ di confusione, tra i lettori, sulle finiture dei libri, sulle diverse tipologie di edizione.
Allora, a uso e consumo dei lettori esigenti, e senza alcuna pretesa di completezza, ecco un rapido glossario per orientarvi.

Un fumetto può essere stampato in rotativa o in piano. Sia che la stampa avvenga con la bobina della rotativa, o i fogli di vari formati delle macchine in piano, in seguito le segnature vengono piegate e diventano sedicesimi (se il foglio o sezione di carta viene piegato fino a ottenere sedici facciate) o in trentaduesimi (se viene piegato fino a ottenere trentadue facciate).

Un fumetto può essere spillato, quando viene rilegato a punto metallico (spesso le graffette sono applicate con il fascicolo aperto verso il basso, la tecnica si chiama in questo caso in sella), brossurato, quando i sedicesimi (o trentaduesimi) vengono affiancati, incollati tra loro e poi alla copertina, che ha abitualmente il dorso (se lo chiamate costoletta è perché avete fame) squadrato. Se oltre alla colla le segnature sono vincolate tra di loro con un filo si chiama brossura a filo refe, se c’è solo la colla questa viene applicata in seguito a una fresatura delle segnature accostate, per assicurare una maggior penetrazione del collante e la brossura si chiama in questo caso fresata. Da fuori è molto difficile distinguerle, ma se aprendo il volume non vedete alcun filo, è fresata. Costa meno, ovviamente.

Se al corpo libro brossurato viene applicata una copertina rigida, l’edizione si dice cartonata. Il dorso può essere quadro o tondo. Se alla plancia della copertina viene applicato un cartone molto sottile e flessibile (quello di una buona cartonatura è spesso 2,5 millimetri, per dire), l’edizione si dice cartonato olandese. È ottima per opere di frequente consultazione, come enciclopedie tascabili. O Bone.

Quasi mai la copertina è stampata senza ulteriore applicazione di protezione. Se la finitura è molto grezza, probabilmente c’è solo l’applicazione di una vernice trasparente. Se è molto lucida, la carta è plastificata lucida. Se è satinata, è plastificata opaca. Se ci sono sezioni lucide su una superficie satinata, c’è la verniciatura serigrafica UV, “con riserva” ovvero su un’area delimitata ben precisa. L’applicazione della vernice UV avviene attraverso le maglie di un filtro speciale. Allargandole, o dando successivi passaggi sulla stessa area, è possibile ottenere motivi trasparenti in rilievo, l’UV spessorato.

I fumetti sono spesso stampati o su carte uso mano (quelle più ruvide e porose) o su carte patinate, che possono essere lucide oppure opache. La grammatura della carta indica il peso di un metro quadro di quella carta. La mano della carta, ovvero il Volume Specifico Apparente della carta, espresso in spessore in micron diviso grammatura, indica lo spessore della carta rispetto al suo peso. Una carta con una mano superiore a 1 è detta spessorata. Serve a fare libri più spessi senza aumentarne eccessivamente il peso.
Le carte hanno diverse pigmentazioni, ma per generalizzare si può dire che le più usate sono bianche oppure avoriate.
La stampa avviene in offset, con macchine in quadricromia, ovvero che stampano successivamente ciano, magenta, giallo e poi nero. L’asciugatura dell’inchiostro avviene tramite un’unità termica (un forno, in pratica) e successivamente all’aria, oppure nelle macchine a tecnologia HUV tramite led a luce pulsata ultravioletta e successivamente all’aria.
Se la copertina è foderata da un ulteriore strato di carta, esso è detto sovraccoperta. Se la sezione superiore e inferiore delle pagine mostrano una striscia di tessuto colorato (che serve a proteggere la rilegatura nei cartonati), quelli sono i capitelli. Se il lavoro è fatto bene, sotto al tessuto ci sono uno o due strati di garza, ma potreste non saperlo mai. Il foglio di carta incollato al corpo del libro e alla copertina di un cartonato è detto risguardo, o sguardia.

Mi fermo prima di farmi prendere dall’entusiasmo e spiegarvi quando il colophon ha smesso di essere un tamburino, ma sono certo che parecchi amici mi aiuteranno ad arricchire questo post nei prossimi giorni.

Costruire un libro

Lui non lo sa, ma diventerà Bone.

Lui non lo sa, ma diventerà Bone.

Costruire un libro significa attribuirgli un’identità.
A voi, da lettori, parrà che il grosso del lavoro lo facciano gli autori, e in larga parte avete ragione. Eppure se la “buccia” del libro non viene pensata accuratamente, c’è il rischio che anche un capolavoro passi inosservato.
Da un mesetto sto lavorando al progetto dell’edizione a colori dell’integrale di Bone, di Jeff Smith. Bone è uscito originariamente in bianco e nero in cinquantacinque albi da una ventina di pagine di storia ciascuno, tra il 1991 e il 2004. Poi è stato raccolto in un solo volume e parallelamente Scholastic, un grosso editore americano per l’infanzia, lo ha proposto a colori, in nove volumi, che poi l’autore ha raccolto in un integrale a colori. In America si vende a centocinquanta dollari a copia, e la sfida per BAO è di fare un prodotto dal prezzo molto più popolare, senza compromettere la qualità.
Per prima cosa abbiamo chiesto preventivi a tre diversi fornitori. Dopo averne scelto uno, abbiamo chiesto uno specimen, ovvero un campione bianco del libro, per saggiarne le caratteristiche. È arrivato ieri ed esaminandolo abbiamo tratto alcune conclusioni: vogliamo un cartone più spesso per la copertina e che il dorso sia quadro, non tondo.
Ora abbiamo altre problematiche da affrontare: l’edizione americana ha un astuccio protettivo, e la copertina non ha loghi né titoli. È palesemente un oggetto per collezionisti, mentre la nostra versione dovrà recare in grande il logo di Bone – il che ci costringe a ripensare il layout grafico originale – e allo stesso tempo non dovrà somigliare troppo alla copertina della nostra edizione in bianco e nero.
Mentre i grafici si occupano di questa problematica, decidiamo il prezzo giusto per questa edizione. Come spesso abbiamo fatto con libri “importanti” e impegnativi, preferiamo allontanare un poco il punto di pareggio per imporre un prezzo attraente per il pubblico, perché fare del libro un oggetto di desiderio non irraggiungibile è per noi più importante che andare rapidamente in profitto. Allo stesso tempo, il prezzo non deve essere troppo simile a quello dell’edizione in bianco e nero, per non sabotarla, dato che è uno dei nostri best seller assoluti e uno dei titoli che intendiamo tenere in catalogo per sempre.
Intanto attendiamo i file a colori, che verranno impaginati sotto al lettering dell’edizione in bianco e nero, stando attenti alle pagine che Jeff ha modificato apposta per l’edizione Scholastic. Questo ci darà la scusa per fare tre nuovi giri di rilettura (ogni nuovo libro BAO viene riletto cinque volte, a ogni ristampa altre due) e assicurarci che i testi siano assolutamente perfetti.
Il nuovo impaginato verrà poi suddiviso in nove parti e adattato per le edizioni Kindle ed epub (il formato della maggior parte degli altri vendor di titoli digitali), andando così a colmare una lacuna del nostro catalogo online.
Entro maggio, accompagnato da promozionali per le librerie e fumetterie che ricorderanno a negozianti e lettori l’esistenza di tutta una serie di titoli legati all’universo di Bone (alcuni appena ristampati per l’occasione, per assicurarci che tutto sia sempre disponibile), questo balenottero di tre chili e 1350 pagine sarà nei negozi e sono relativamente sicuro che il suo successo ci sorprenderà come è successo la prima volta.
E tutto il pensiero, tutta la cautela e il rispetto che saranno stati profusi nelle azioni che servono a vestire di colore il libro bianco che vedete nella foto avranno avuto un senso.
[Ripetere ottanta volte all’anno e otterrete il nostro lavoro. Dosi per dodici persone.]

[Guest column] La mia prima volta

Francesco Savino, editor BAO, qui con Fumio Obata ad Angoulême.

Francesco Savino, editor BAO, qui con Fumio Obata ad Angoulême.

– Ah, e poi… c’è una cosa che non ti ho detto.
– Cosa?
– Ad Angoulême non ci sono cosplayer.
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Comincia così il mio viaggio alla scoperta del quarantaduesimo Festival internazionale del fumetto di Angoulême, con una dichiarazione che sembra quasi una minaccia.
Lì è tutto serio, solenne, impegnativo.
È il Festival Internazionale del fumetto.
È la Francia, baby.
Ma è anche la mia prima Angoulême. Sono pronto al freddo glaciale, alla pioggia, ai giorni fitti di appuntamenti con case editrici straniere. Sono pronto a vedere con i miei occhi quella che, per anni, mi è stata descritta come LA fiera europea per eccellenza.
Eppure la notizia dell’assenza dei cosplayer in qualche modo mi turba.
Comincio a chiedermi perché. Comincio a chiedermi in cosa consista davvero la differenza tra questa fiera e quella nostrana, nella speranza di trovare una risposta alla fine del mio viaggio.
La tanto osannata Francia della Bande dessinée le cui librerie traboccano di volumi della nona arte sarebbe stata lì, a portata di mano.
In missione per conto di BAO Publishing, ho vestito i panni dell’assistente durante gli incontri con gli agenti delle case editrici di tutto il mondo. C’era la Francia, ovviamente, e c’erano anche Inghilterra, Spagna, Olanda, Canada, Stati Uniti. Uno scenario internazionale in cui BAO è ormai parte attiva, sia nell’acquisto che nella vendita di titoli.
Quello che mi è apparso chiaro, per la prima volta di persona, è che cinque anni di questa avventura hanno significato la costruzione di rapporti che vanno ben oltre l’aspetto professionale. Seduti ai tavoli degli appuntamenti, o durante le brevissime pause che riuscivamo a concederci al bar, il nome della nostra casa editrice veniva pronunciato tra sorrisi e attestati di stima.
Noi, dal canto nostro, abbiamo raccontato la nostra realtà italiana, mettendo in evidenza la crescita del lettorato e i risultati ottenuti, non solo da noi. Non erano più solo parole dette allo scopo di iniettare fiducia, erano dati ufficiali di mercato. E gli sguardi attenti dei nostri interlocutori ci rassicuravano: loro, in qualche modo, lo sapevano già.
Una sensazione strana e galvanizzante allo stesso tempo. Che ha ribadito quanto la strada intrapresa sia quella giusta. E quanto ancora si possa – e si debba – fare per continuare così.
Ma la verità è che, sempre in missione per conto di BAO, ho potuto osservare, studiare, cercare di capire meglio quello che significa questo Festival.
Angoulême è un paesino che – forse per i monumenti in stile romanico, forse per le mura di cinta, forse per i padiglioni che riempiono il centro storico – ricorda in qualche modo la città di Lucca durante il Lucca Comics & Games.
Già, eppure…
Eppure è la Francia, baby.
Entrando nel padiglione riscaldato dei grandi editori (sì, ho detto riscaldato), la sensazione che si ha è più quella di passeggiare per i corridoi della fiera del libro di Bologna, la Bologna Children’s Book Fair, in cui gli stand sono strutturati come librerie in miniatura con pareti e scaffali a tema, microcosmi autonomi e separati dal resto.
Diverso è invece il padiglione “Le nouveau Monde”, in cui case editrici “minori” si susseguono ai due lati in una lunga carrellata che mostra quello che di più indipendente e innovativo viene proposto dagli editori francesi e non.
In entrambi i casi appare chiaro come la concezione degli spazi sia a misura d’uomo. O, per essere più precisi, a misura di lettore.
Le diverse mostre (quest’anno, doverosa quella in memoria di Charlie Hebdo, oltre alle mostre su Watterson, Kirby, Taniguchi, il mondo dei Moomin, solo per citare le principali) sono anch’esse specchio di questa realtà. Le lunghissime code per visitarle, l’attenzione del pubblico, la possibilità di rendere interattivi gli spazi ne sono sintomi significativi.
Già, eppure…
Eppure Lucca.
Ho tratto una mia, personale conclusione. A ben guardare, Lucca Comics & Games non è poi così distante dal Festival internazionale di Angoulême. Non avrà i padiglioni riscaldati, non avrà la stessa quantità di mostre, avrà invece i cosplayer. Ma è davvero tutto qui?
È davvero colpa dei lettori italiani, oppure il quesito andrebbe ribaltato e posto agli addetti al settore? Non dovrebbero essere forse loro a spingere per diventare il cambiamento che vorrebbero vedere?
Ho avuto l’impressione, girando per il Festival di Angoulême, che basterebbe davvero poco. Che quel divario tra la Francia e l’Italia non è poi così incolmabile.
Lucca – e le diverse fiere italiane insieme a lei – hanno tutte le potenzialità per elevare la posizione del fumetto e renderlo parte integrante del tessuto sociale nazionale.
Qualcosa sta cambiando, è vero, e che sia o meno merito anche della nostra Casa editrice, l’importante è che stia succedendo. Merito dei lettori, sicuramente, sempre più attenti se stimolati nel modo giusto, e merito di un mercato che, seppur lentamente, sta facendo passi in avanti.
Già, eppure.
Eppure i cosplayer.
Devo dirvi una cosa: la differenza nella concezione del fumetto non c’entra niente.
Quando inventeremo un personaggio il cui costume consiste di maglietta termica e calzettoni di spugna, inizieranno a girare cosplayer anche ad Angoulême.
E, quel giorno, saremo noi a insegnarglielo.
È l’Italia, baby.
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Francesco Savino,
Editor BAO e traduttore,
è il co-creatore del webcomic Vivi e vegeta.

Quanto è importante la customer experience?

Boss in incognito!

Boss in incognito!

Mancano due giorni alla fine dell’anno, nove mail su dieci che spedisco generano messaggi di risposta automatica da persone che – beate loro – non torneranno in ufficio fino al 7 gennaio, e io sono qui, assediato dalle scatole tornate dalla BAO Boutique, a evadere ordini dello Shop BAO. Perché lo faccio? Perché i libri sono belli, la promozione funziona, i partner commerciali sono contenti, l’anno è andato bene, ma tutto questo conta poco, se quando credi che siamo in vacanza non ti sorprendo con un pacchetto ben confezionato che contiene i libri che disperavi di veder arrivare prima dell’Epifania.
Si chiama customer experience, ed è proattiva, mentre il customer care è spesso reattivo. Servono entrambi, per ottenere la cosa più ambita in assoluto, la customer satisfaction. Ma a ben vedere spesso non sono gli utenti finali i nostri clienti in senso stretto, soprattutto nella stragrande maggioranza dei casi, quelli in cui non comprano direttamente da noi. Quindi mi piace pensare che oggi sono in ufficio per assicurarmi della reader satisfaction, che sarebbe bello che diventasse la prima e massima ambizione di tutti gli elementi della filiera del fumetto. È il mio buon proposito per il 2015. Lavorare solo con persone e aziende che hanno questa nostra stessa priorità cardine. Buon anno.

Il premio è nella corsa, non nella medaglia che ti danno

Premi ordinati per manifestazione, premio, opera o autore. Concept mio, design di Lorenzo Bolzoni.

Premi ordinati per manifestazione, premio, opera o autore. Concept mio, design di Lorenzo Bolzoni.

Domenica BAO Publishing compie cinque anni. Sono volati. Mi è parso il caso di fare un piccolo bilancio, anche se su quest’anno magari lo faremo più dettagliatamente, con dati completi, nelle prime settimane del 2015.
Da quando siamo nati a oggi vendere fumetti nelle librerie generaliste ha smesso di sembrare un’utopia. Da quando siamo nati a oggi, abbiamo venduto cinquecentoquarantamila volumi. (Per la precisione: diecimila nel 2010, trentamila nel 2011, centomila nel 2012, centottantamila nel 2013 e duecentoventimila nel 2014.)
Anche vendere fumetto digitale non è più una cosa così strana: pur non avendo completato la conversione digitale del nostro catalogo (ma sempre più titoli escono contemporaneamente in cartaceo e in digitale), solo nel 2014 abbiamo venduto diciannovemilacinquecento download, ripartiti tra le quattro principali piattaforme: Kindle, iBooks, Google Play e Kobo.
Una delle cose di cui vado più fiero è che i titoli che pubblichiamo vincono tantissimi premi. A rigor di logica dovrei vantarmi solo di quelli vinti in Italia, ma ormai i nostri titoli importati hanno lo stesso successo in patria e qui da noi. Ho chiesto a Daniela Mazza, del nostro ufficio stampa, di elencare tutti i riconoscimenti ricevuti da titoli e autori BAO nel 2014 e il nostro senior designer, Lorenzo Bolzoni, ne ha fatto la bellissima infografica che vedete qui sopra (e che potete ingrandire cliccandola).
Credo che il Fumetto stia diventando uno strumento potente per raccontare il nostro tempo, e che la gente se ne stia accorgendo per la prima volta. Sento i nervosismi degli irriducibili nei confronti delle attenzioni dall’esterno, ma non riesco a non essere fiero di fare parte di un movimento che sta ampliando il concetto di cultura nella considerazione della gente, rendendo innegabile la dignità che il Fumetto ha sempre avuto, ma che spesso non ha saputo rivendicare. In forme diverse, questo problema affligge chi si occupa di Fumetto in tutto il mondo, credetemi. Non è il caso di invidiare la Francia o gli Stati Uniti, perché hanno i loro specifici problemi, nell’affermare l’importanza di questo medium. Ecco perché deve far piacere, per esempio, che un’autorevole rivista sull’editoria come Publishers Weekly attribuisca il più alto numero di voti dei propri recensori nel sondaggio sul miglior fumetto dell’anno a due titoli importanti (che abbiamo l’onore di aver pubblicato noi di BAO, in Italia), E la chiamano estate e Dolci tenebre.
Stiamo lavorando con voi e per voi. Perché non manchi mai il rispetto per il lavoro che facciamo (lo so, che la maggior parte dei lettori di questo blog è del mestiere, eh). Grazie per il sostegno e per le critiche costruttive. So che non mancheranno anche in futuro.

Per una definizione obiettiva di romanzo grafico

Magritte aveva capito tutto.

Magritte aveva capito tutto.

Fate attenzione, perché non lo dirò una seconda volta: un romanzo grafico non è un genere letterario. È un formato editoriale.
Una storia unica di 240 pagine, inizialmente serializzata su una rivista antologica, quando viene pubblicata in un volume unico diventa un romanzo grafico.
Sei numeri autoconclusivi di un mensile da edicola, rilegati in un solo volume, non sono un romanzo grafico.
Sei numeri di un mensile da edicola che compongono una storia completa, con abbastanza origine da comprendere la natura dei personaggi e un finale che non obbliga a proseguire la lettura oltre quel punto, sono un romanzo grafico.
Un volume di fumetti, che sia un romanzo grafico o una raccolta di storie, è un libro.
Un premio al “libro dell’anno” va dato a un libro. Romanzo in prosa, saggio medico, audiolibro, tavolette di argilla scolpite in eblaita, fumetto. Se è una voliera per uccelli, non può vincere il premio “libro dell’anno”.
Lo so che se la nostra nicchia resta piccola piccola possiamo farne parte senza dover neanche passare per snob, ma indignarci se qualcuno ci degnava di qualche attenzione andava bene quando non lo faceva quasi nessuno.
Ora ci guardano tutti, per cui vediamo di accogliere a braccia aperte i nuovi arrivati. Basta avvitarci in picchiata in discussioni il cui tema, parafrasato è: “Ora che anche il mio fruttivendolo parla di graphic novel, cosa ci inventiamo di più oscuro e indigesto per il grande pubblico?”, basta sparare ad alzo Zero contro chi propaga il fumetto tra la gente normale. Anzi, basta con “la gente normale”. È normale leggere fumetti. Quello che non è normale è lamentarsi che lo facciano anche gli altri.

Comunicazione su misura

Siate clementi. Quel giorno DOVEVO vestire così.

Siate clementi. Quel giorno DOVEVO vestire così.

Qualche mese fa abbiamo pubblicato La ragazza indossava Dior, un fumetto di Annie Goetzinger sui dieci anni in cui Christian Dior, nel secondo dopoguerra, ha sconvolto il mondo della moda.
Ci eravamo detti che lavorando a Milano sarebbe stato più facile trovare modi per promuovere il volume nell’ambito della moda, e così quando la tiratura era in arrivo ci siamo messi in contatto con la Maison Dior. Siamo stati accolti entusiasticamente dai responsabili di stampa e comunicazione, che hanno lavorato da subito in sinergia con il nostro ufficio stampa per promuovere l’uscita del libro. L’abbiamo lanciato il 26 settembre, giorno in cui Dior presentava con un défilé a Parigi la collezione Prèt à Porter della nuova stagione. La sede milanese della maison ha fatto invitare Annie alla sfilata e nel backstage, e noi le abbiamo commissionato due disegni dal vivo, da bordo passerella, che sono poi stati usati per un grande articolo sul mensile Glamour. A fine novembre ho trascorso una giornata con lei nella boutique Dior di Milano, per tre sessioni di dediche alle clienti del negozio e a giornalisti e studenti di moda e design sartoriale.
La ragazza indossava Dior è stato il libro BAO con la migliore rassegna stampa del 2014 e le vendite sono andate migliorando man mano che uscivano gli articoli. Anzi, più ne uscivano più giornalisti di altre testate ne chiedevano copie per poterne parlare a loro volta.
Come ho scritto in un post precedente, al nostro stand a Più Libri Più Liberi è stato uno dei volumi più richiesti, perché chi ci veniva a trovare ne aveva già sentito parlare.
Si è trattato palesemente di un caso di bel libro che ha goduto di attenzione mediatica e poi si è sostenuto da solo nelle vendite a causa della sua ottima veste produttiva e del fatto che è effettivamente un’opera valida. Insomma, per quanti detrattori possa avere il marketing moderno, studiare bene il prodotto, curarne la comunicazione e la consapevolezza nei potenziali acquirenti sono in realtà strumenti efficacissimi, a patto che l’oggetto di tutta questa strategia sia effettivamente notevole. Ovvero: la qualità paga, ma non è la prima cosa che rende un libro un successo.*

* Ma non ne puoi fare a meno. Quindi se non sai produrre qualità, prega di non saper fare neanche comunicazione, o ad aumentare sarà soltanto il numero di persone che ti ignora.

Fieri delle fiere

La folla al nostro stand a Lucca Comics & Games 2014 ce la siamo sognata per giorni, dopo.

La folla al nostro stand a Lucca Comics & Games 2014 ce la siamo sognata per giorni, dopo.

Ora che l’anno volge al termine, un piccolo bilancio sulle fiere. Quest’anno abbiamo portato in giro moltissimi autori, molto spesso al di fuori degli abituali impegni fieristici. Tuttavia le fiere cui abbiamo partecipato sono state uno strumento importante per incontrare quanto più pubblico possibile, nel modo più diretto e immediato.
La classifica, dal punto di vista delle vendite, per noi va così:

1 – Lucca Comics & Games
(Pubblico eterogeneo, informato, motivato.)

2 – Più Libri Più Liberi
(Pubblico da libreria generalista, avvezzo all’editoria specializzata e di nicchia, alla ricerca di libri da regalare a Natale.)

3 – Salone del Libro di Torino
(Pubblico generalista, poco avvezzo al Fumetto, ma affascinato soprattutto dalla presenza degli autori in dedica.)

4 – Napoli Comicon
(Pubblico scisso tra giovanissimi che partecipano per gli eventi e l’atmosfera e pubblico avvezzo al fumetto e molto colto, desideroso di interazione con autori ed editori.)

5 – Etna Comics
(Pubblico per lo più giovanissimo, curioso, ma dai gusti estremamente eterogenei.)

6 – Treviso Comic Book Festival
(Pubblico per lo più di thirty-something, aperto e curioso, con interessi che spaziano dalle autoproduzioni al fumetto popolare, che accorre soprattutto per le mostre, ma premia gli editori che portano ospiti e produzioni di qualità.)

L’incasso totale delle vendite a queste fiere è stato di circa centosettantamila euro. La dislocazione degli eventi copre tutte le macroaree del Paese (esclusa la Sardegna. Prima o poi ci inventeremo qualcosa anche lì!) e ci ha fornito dati preziosi sui nostri lettori e anche su come affrontare in futuro le stesse fiere. È stato un anno molto positivo, anche se sfiancante (Etna Comics e Più Libri sono avvenute mentre avevamo le BAO Boutique, costringendo il team a fare i salti mortali) e vorrei, al termine di queste brevi riflessioni a consuntivo, ringraziare tutte le persone che sono venute a trovarci ai nostri stand. Siete davvero il pubblico migliore del mondo.